La Natura ci parla: “I figli di Wanda e altri racconti” di Vincenzo Pardini

La natura non è mai semplice paesaggio. E’ questo di cui ci parla I figli di Wanda e altri racconti di Vincenzo Pardini. Il libro, edito da Oligo, è una raccolta di racconti in cui la Natura si fa presenza viva, una forza che osserva, ammonisce, accoglie e talvolta respinge.
Vincenzo Pardini torna a uno dei nuclei più profondi della sua ricerca narrativa: il rapporto fra l’uomo e l’animalità, fra la civiltà e ciò che di ancestrale continua a pulsare ai margini delle nostre vite. Tra boschi, fattorie e montagne di una Toscana appartata e feroce, si muovono lupi, cinghiali, linci, asini e capre, ma anche uomini feriti, solitari, scartati, quasi emanazioni della terra che abitano.

Il confine tra umano e selvatico, in queste pagine, si inquieto e magnetico. Pardini non racconta la natura come un altrove idilliaco, né come un semplice scenario simbolico, ma la mette al centro come una vera protagonista morale e spirituale. È una natura che parla senza parole, attraverso gli sguardi degli animali, i movimenti del bosco, la violenza improvvisa degli eventi atmosferici, il silenzio ostinato di un paesaggio che non si lascia addomesticare.
Nei racconti dello scrittore toscano, tra uomini e animali si crea così un’osmosi profonda, un intreccio di destini in cui la fragilità dell’uno richiama quella dell’altro e in cui il selvatico non coincide con la ferocia, ma spesso con una forma più limpida di verità.
Come di consueto, ringrazio l’autore per la bella intervista che ci ha permesso di addentrarci in un universo narrativo in cui è forte il messaggio che la Natura vada osservata, ascoltata e interrogata.
I figli di Wanda e altri racconti di Vincenzo Pardini
Nei figli di Wanda e altri racconti la natura non fa da semplice sfondo, ma sembra diventare una forza morale e spirituale. E’ corretto dire che in questi racconti la vera protagonista sia la natura più dell’uomo?
Credo proprio di sì. La natura, proprio perché espressione dell’opera di Dio, ritengo che sia sempre protagonista nella nostra vita; vita che le è strettamente connessa. Solo che una grande moltitudine di persone non se ne capacita, e tratta la natura, sovente, nel peggiore dei modi. E lei, che ha sensibilità e attenzione più di quanto non si creda, può accadere che agisca come spesso avviene. Con nubifragi e altro. A suo modo ci ammonisce, ci invita a ritornare nella retta strada, ossia a portarle rispetto.

Nel suo libro si parla di personaggi “solitari, feriti o ai margini”. Che cosa la attrae, narrativamente ed eticamente, di queste figure al “confine”?
Mi attraggono la verità e la realtà in cui molti di noi siamo costretti a vivere. Non tanto perché lo vogliamo o lo abbiamo scelto, ma perché ci è stato imposto da chi, governando, ha perduto il senso dell’umanità, della comprensione, e di sapersi immedesimare in quel prossimo che, per varie ragioni, finisce ai confini della società, tra miseria e disperazione. I nuovi vinti e ultimi.
Il racconto che dà il titolo al libro mette al centro il rapporto tra Wanda, la lupa, e Beriade: che cosa le interessava esplorare in questa intesa fatta di sguardi?
Gli animali, a cominciare da quelli selvatici, chi ci ha avuto contatto, dovrebbe aver capito che si esprimono con lo sguardo e con degli atteggiamenti. Il linguaggio del corpo, che noi, che ci riteniamo civili ed evoluti, spesso non siamo in grado di comprendere. Un cinghiale, una volpe, un lupo, un tasso hanno sguardi che vorrebbero comunicarci quanto noi non recepiamo più per incapacità che non per cattiva volontà. Ma chi convive con un gatto o un cane può rendersi conto di quanto loro ci parlino con sguardi e movimenti. Un esercizio per imparare ad addentrarci nel loro regno, poi anche il nostro.
Qual è il suo rapporto con gli animali? Secondo lei, al giorno d’oggi, non c’è il rischio di umanizzare troppo questa specie? Ho visto cani portati a spasso nei passeggini dei bambini, animali trattati alla stregua di surrogati di esseri umani…Secondo lei è questa la strada giusta per entrare in contatto con la natura e recuperare un legame ancestrale che stiamo dimenticando?
No, ritengo non sia questa la maniera. Ho avuto, sempre morti di vecchiaia, diversi cani, di razza e non, poi gatti e anche un mulo vissuto oltre 40 anni. Ho sempre rispettato ciò che volevano e chiedevano. Il mulo non voleva gli fossero toccate le orecchie, forse perché altri, per sottometterlo, gliele avevano afferrate in malo modo. Quindi rispettavo questa sua volontà. Invecchiando non riusciva a rialzarsi dopo essersi sdraiato. Allora gli afferravo la coda e lo incitavo a mettersi piedi, cosa che lui faceva. Poi mi veniva di fronte e mi guardava. Il suo modo di ringraziare. Adesso ho un maremmano abruzzese di 8 anni, il quale non tollera di essere lavato e poco di essere spazzolato. Ne rispetto la volontà, e lo lascio vivere senza imporgli nulla. Ritengo, infatti, che i nostri animali di affezione debbano essere tenuti e trattati come vogliono loro. Guai imporgli altro. Li snaturiamo rovinandogli anche l’umore.

Lei arriva a questo libro dopo Vita di Cristo e del suo cane randagio, dove il rapporto tra spiritualità e animalità era già molto forte: vede un filo che collega quel romanzo a questa nuova raccolta?
Penso di sì. Vita di Cristo e del suo cane randagio lo scrissi perché, come sempre faccio quando mi insorge una idea, non riuscivo a cancellarlo dalla mente, mi sembrava di osare troppo. Ma quando mi addentrai nel Vangelo di San Giovanni, accadde in me qualcosa di indimenticabile. Scoprivo quanto immensa fosse la parola di Cristo. Dietro ognuna di esse si aprivano paesaggi e scenari di luce, di speranza e di comprensione. E le mie parole sparivano, erano meno di granelli di sabbia. Dovevo reinventare e riscrivere il mio linguaggio, in cui i cane aveva trovato la sua collocazione accanto al Redentore. Capii che almeno immaginare mi era stato concesso. Mi piace immaginare che Cristo abbia qualche volta sorriso.
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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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