Max Peiffer Watenphul a Roma: il pittore del Bauhaus che scelse l’Italia come patria dello sguardo

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, fino al 30 agosto 2026, una mostra riscopre Max Peiffer Watenphul
Un Bauhaus più umano
La mostra Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporaneafino al 30 agosto di Roma parla di Bauhaus. Anche se con il pensiero corriamo subito all’architettura, al design, alle linee pulite e alla modernità funzionale, la mostra invita invece a cambiare prospettiva. L’esposizione, infatti, non ci parla soltanto di oggetti, edifici e sperimentazioni formali, ma di una pittura capace di attraversare il Novecento in modo indipendente e sorprendentemente poetico.

La mostra, curata da Gregor H. Lersch, riunisce circa 80 opere e racconta un artista che assimilò lo spirito interdisciplinare del Bauhaus senza mai rinunciare alla centralità della pittura.
Il percorso romano arriva dopo la retrospettiva del 2023 alla Casa di Goethe, Max Peiffer Watenphul. Dal Bauhaus all’Italia, che aveva già messo in luce il rapporto dell’artista con il nostro Paese. In quell’occasione, emergeva un Watenphul viaggiatore, curioso, attratto dalle architetture, dai paesaggi e dalle atmosfere italiane. La nuova mostra alla GNAMC amplia quella lettura e la approfondisce, spostando l’attenzione sul suo essere, prima di tutto, un pittore del Bauhaus: non un seguace di uno stile, ma un interprete personale di un metodo.
La pittura come bussola

Peiffer Watenphul (Weferlingen, 1896 – Roma, 1976) studiò al Bauhaus di Weimar tra il 1919 e il 1922, incontrando maestri come Paul Klee, Vasilij Kandinskij, Johannes Itten, Lyonel Feininger e Oskar Schlemmer. Ma il suo percorso non fu quello di un allievo disciplinato dentro una formula. Il Bauhaus gli offrì strumenti, relazioni, aperture: lui li trasformò in una grammatica intima, fatta di paesaggi, nature morte, città, fotografie e opere tessili. Proprio questa libertà rende il suo lavoro attuale: in un mondo in cui dominano le “etichette”, Watenphul sembra ricordarci che una scuola può essere un punto di partenza, non una gabbia.
Tra le opere più interessanti spiccano il primo olio noto, Grace con gatto, gli acquerelli del periodo Bauhaus e la Natura morta con limoni del 1921, dove un oggetto quotidiano diventa quasi una prova di design pittorico. La mostra presenta anche lettere, documenti e materiali inediti che aiutano a ricostruire il clima culturale in cui si muoveva l’artista: un mondo di avanguardie, amicizie, scambi epistolari e continui spostamenti.
L’Italia, da delusione a destino creativo
Il legame con l’Italia è uno dei fili più affascinanti della sua vicenda. All’inizio non fu un colpo di fulmine. il primo incontro con il nostro Paese lasciò l’artista spiazzato, lontano dall’immagine idilliaca che si era costruito. Eppure, Roma, Napoli, Positano, Ischia, Venezia e la Toscana tornarono più volte nella sua vita e nella sua pittura, fino a diventare un vero laboratorio visivo. La luce italiana, le architetture, i profili urbani, le vedute lagunari e i paesaggi ridotti all’essenziale entrarono nella sua opera come presenze silenziose ma decisive.

Dopo l’ascesa del nazismo, la sua posizione si fece più fragile e una sua opera fu esposta nella mostra sull’“arte degenerata” del 1937. L’Italia divenne spazio di rifugio, relazione e ripartenza e la Venezia del dopoguerra assunse un ruolo centrale: qui maturò una pittura autonoma, lirica, spesso sospesa, dove la città non è semplice cartolina ma materia dello sguardo. Le Biennali del 1948 e del 1950 ne confermano la presenza nel dibattito artistico del secondo Novecento. Muore il 13 luglio 1976 a Roma ed è sepolto al Cimitero Acattolico.
Max Peiffer Watenphul a Roma: le sale della mostra e i nuclei tematici
Il percorso espositivo si sviluppa in cinque sale pensate non come una semplice sequenza cronologica, ma come un racconto per nuclei tematici, capace di restituire la complessità di Max Peiffer Watenphul. La prima sala introduce l’artista attraverso opere giovanili, studi, autoritratti e ritratti familiari, mettendo subito in evidenza una sensibilità già autonoma prima dell’arrivo al Bauhaus.

La seconda sala entra nel cuore della sua formazione a Weimar e del dialogo con l’avanguardia tedesca degli anni Venti. Qui trovano spazio acquerelli, documenti, opere legate all’ambiente del Bauhaus e una copia realizzata a mano dell’arazzo del 1921, scelta che permette di raccontare il lato interdisciplinare della scuola senza perdere di vista la matrice pittorica dell’artista.
La terza sala è dedicata alla fotografia, con vedute architettoniche di Roma e ritratti che mostrano come Watenphul trasformi anche l’obiettivo in uno strumento di composizione visiva.
Nella quarta sala, paesaggi e nature morte seguono l’evoluzione della sua pittura nel dopoguerra, tra realismo espressivo, lirismo e attenzione ai luoghi italiani. Il percorso si chiude con Venezia, città decisiva per la maturità dell’artista: qui sono esposti dipinti, materiali d’archivio, riferimenti alla Biennale e documenti che raccontano relazioni e metodo di lavoro, comprese le cartoline usate come modelli. La scelta curatoriale è chiara: non isolare Watenphul in una nicchia, ma mostrarlo dentro una rete di luoghi, incontri, tecniche e memorie.

Un uomo sempre in movimento
Max Peiffer Watenphul fu un artista dalla vita poco lineare: studiò legge, ma scelse la pittura; cercò Klee, ma trovò il Bauhaus; viaggiò molto, ma tornò spesso all’Italia. Amava i paesaggi, le città, gli oggetti quotidiani e le immagini capaci di trattenere un’atmosfera. Fu anche fotografo, sperimentatore, osservatore di identità e luoghi fuori dagli schemi. La sua storia sembra quella di un uomo sempre in movimento, ma con una bussola precisa: trasformare ciò che vedeva in pittura.

Stampa ai sali d’argento su carta lucida
La presenza alla GNAMC di capolavori e riferimenti ai maestri della modernità aiuta a comprendere il contesto, ma il vero protagonista resta lui: un artista appartato, cosmopolita, capace di stare accanto alle avanguardie senza farsi assorbire del tutto.
Max Peiffer Watenphul a Roma, quindi, non si limita a celebrare un nome, ma lo inserisce in una trama più ampia che comprende il Bauhaus come scuola di metodo, l’Italia come terra di attraversamento e la pittura come linguaggio resistente e originale.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Casa di Goethe e con il gentile sostegno del Bauhaus-Archiv / Museum für Gestaltung di Berlino e il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania.
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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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