Impronta di caffè di Maria Sordino

L’omicidio di una giovane donna “perbene” sconvolge nuovamente la vita dell’ispettore di polizia Franco d’Arminio
Vittime della violenza
Impronta di caffè di Maria Sordino edito dal Seme Bianco è un giallo ambientato a Napoli, che racconta la storia di una donna perbene, vittima di una crudeltà solo apparentemente figlia del nostro tempo…
Ma la violenza non è mai figlia di un tempo (“la violenza dei nostri giorni” come si dice spesso). E’ violenza e basta. Non ha tempo e neanche giustificazioni. Si possono indagare i motivi, si può analizzare il contesto che ha generato la violenza, ci si può incuneare nei meandri psicologici dell’omicida, ma la violenza non si giustifica mai.E Franco d’Arminio, il protagonista del romanzo, lo sa bene. Anzi, Franco non solo non la giustifica, ma ne è nauseato. Non ce la fa più a vedere morti ammazzati, e lavorare ad un nuovo caso di omicidio gli procura un dolore immenso. E gli fa ancora più male perché Amalia, la morta, era una donna perbene, giovane, colta e bella, che avrebbe potuto continuare la sua vita, se la violenza non si fosse insinuata nel suo quotidiano.

La trama di Impronta di caffè di Maria Sordino
Come ho detto anche in occasione dell’intervista all’autrice sulla testata Cinque Colonne Magazine, Impronta di caffè è un romanzo che si legge tutto di un fiato. Nel corso della storia, Maria Sordino subissa di indizi l’ispettore, ci spinge su false piste e fino alla fine non ci aiuta ad individuare l’assassino. L’alone di mistero serpeggia già tra le prime pagine con un incipit ricco di ansie e aspettative. Siamo dietro quella porta con la giovane Amalia, spalle al muro, tratteniamo il fiato con lei e sentiamo galoppare l’ansia a ogni pugno battuto con violenza contro la sua porta. Speriamo che l’uomo vada via presto. Chi voleva entrare, si arrende, ma la vita della donna è in pericolo e alla fine crolla sotto i colpi brutali del suo assassino.
A lavorare sul caso della giovane donna, un’affermata violinista, è l’ispettore di polizia Franco d’Arminio. Fin dalle prime pagine Maria Sordino ci fa entrare in sintonia con il protagonista. Avvertiamo i suoi continui mal di testa, assaporiamo con lui il caffè della moka appena fatto (che gli viene offerto sempre nei momenti in cui ce n’è più bisogno) e soffriamo con lui, innanzitutto questo. Sì, perché Franco d’Arminio è un uomo tormentato, e avvertiamo che, tra un interrogatorio e l’altro, il suo tormento aumenta sempre di più.

Il protagonista
Franco d’Arminio è un uomo tormentato perché non riesce a superare la morte violenta e ingiusta di Dora, la moglie tanto amata. Ha inoltre un rapporto conflittuale con la figlia, “soffre” di un attaccamento eccessivo al lavoro e cerca un contatto spirituale col morto nella speranza che gli riveli qualche indizio utile alle indagini. Lo vediamo ciondolare sul luogo del delitto con un passo un po’ claudicante a causa dell’artrite. Scopriamo che è un solitario, in apparenza scontroso, ma in realtà molto sensibile.
Capiamo che è un uomo che il mestiere del poliziotto ce l’ha nel sangue, e che durante le indagini vuole restare solo per concentrarsi e cercare come un segugio dove gli altri non stanno guardando. Sentiamo infine il perenne conflitto con se stesso che lo attanaglia e che spesso gli fa perdere il controllo. Ecco, questo è Franco d’Arminio, un personaggio denso, estremamente empatico e che ci fa subito simpatia.
Perché leggere Impronta di caffè di Maria Sordino
Perché è una storia di rinascita, e quindi lascia un’impronta positiva. E’ una storia di dolore è vero, ma anche di rinascita attraverso la consapevolezza, proprio di quel dolore. Ed è Franco che rinasce. L’ispettore inizia a metabolizzare quel lutto che lo cementifica emotivamente, innanzitutto nei confronti della figlia Giulia, con la quale non riesce ad aprire un dialogo. E attraverso la consapevolezza rinasce anche Giulia, che dopo essere stata picchiata dal proprio fidanzato, rompe il muro che la separa dal padre, fatto di rancori confusi, di una perdita, come per il padre, mai accettata e di un atteggiamento ribelle tipico dell’età adolescenziale. Non vi svelo niente né sul colpevole, né sul vero focus dell’autrice, vi rovinerei il piacere della lettura.

Vi dico però ciò che mi ha colpito particolarmente del libro: l’atteggiamento dell’autore nei confronti dei suoi personaggi. Come una madre amorevole, Maria Sordino li abbraccia tutti e ne sottolinea il lato fragile, anche se agli occhi dell’ispettore d’Arminio hanno tutti un valido movente per uccidere la giovane Amalia. Solo per il reale omicida invece non si sprecano parole.
Tutti i suoi personaggi sono vittime della vita. Sono in realtà persone fragili che vivono un dramma personale, una storia intima che Maria Sordino accenna appena, ma che svela tutta la sua drammaticità. Attraverso i flashback dei personaggi interrogati dall’ispettore D’Arminio, l’autrice affronta temi importanti come i traumi infantili, l’omosessualità repressa, l’abbondono degli anziani, l’incomunicabilità causata dalla tecnologia, la maternità mancata, l’effetto di una separazione sui figli, la malattia, la solitudine…
“La solitudine è una condizione dell’anima. Se siamo soli dobbiamo prendercela solo con noi stessi.” Dirà l’ispettore rivolgendosi al marito della vittima
Ecco, voglio chiudere la mia recensione di Impronta di caffè di Maria Sordino con questa frase che trovo bellissima, e che può essere un utile momento di riflessione. Riflessione che certamente ha monopolizzato anche la mente dell’assassino di Amalia…









Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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