Il Giardino dei frangipani: una storia di migrazione

il giardino dei frangipani di Laila Wadia

Il romanzo di Laila Waida non è la solita storia strappalacrime che affronta la questione migratoria. E’ qualcosa di più, qualcosa che apre alla comprensione di molte dinamiche dell’animo umano

Il romanzo

Il Giardino dei frangipani di Laila Waida edito da Oligo Editore, è la storia di una giovane donna, Kumari, che dall’India migra in Italia con un bagaglio pieno di curiosità, voglia di cambiare e vivere di nuovo. Attraverso Kumari l’autrice parla di emozioni comuni a tutti coloro che hanno vissuto una esperienza migratoria.

Kumari è orfana, e fino all’età di 16 anni vive nel Giardino dei frangipani con altri bambini, fino a quando non viene notata per le sue abilità in campo sartoriale. Povertà, solitudine e sofferenza scandiscono i suoi giorni in orfanotrofio. Solo i legami con gli altri bimbi rendono l’esistenza più sopportabile. Kumari fin da piccola mostra una spiccata tendenza creativa e un’invidiabile precisione. I suoi centrini di pizzo e le federe ricamate, attività obbligatorie in orfanotrofio, sono perfette. E questa è la sua salvezza. A sedici anni le procurarono un lavoro in una fabbrica di indumenti, e lì Kumari impara un mestiere. Diventa brava, viene notata e la sua vita prende una piega diversa quando uno stilista decide di portarla con sé in Italia e sposarla.

“avevo giurato a me stessa che non mi sarei mai innamorata di un uomo povero. Che non avrei mai vissuto la via di stenti e privazioni cui erano costrette milioni di donne nel mio Paese. Che non sarei mai stata obbligata ad abbandonare un figlio. Che non mi sarei mai trovata a corto di diecimila rupie o di pochi litri di latte. […]”

Kumari stringe i pugni, si dà da fare e diventa una donna di successo nel campo della moda. In Italia trova il suo posto, ma forse, non la sua casa. La giovane donna si sente inquieta, incompleta, percepisce il richiamo delle sue radici e, superati trenta, decide di tornare in India. Messo il piede a Bombay, una moltitudine di sentimenti contrastanti le affoga l’animo.

Il Giardino dei frangipani: storia di un distacco

Il romanzo è un viaggio nei colori, nelle tradizioni e nelle contraddizioni di uno dei Paesi più affascinanti del mondo, rivisto con gli occhi di chi quel mondo lo aveva abbandonato con piacere (“Emigrare è come rinascere: nuovo passaporto, rinnovo del prestito sulla vita”), ma a cui continuava ad essere inevitabilmente legato.

“In quel momento mi sono resa conto che avrei anche potuto imparare a canticchiare una tarantella ma solo un raag avrebbe fatto vibrare la mia anima”

Con mirabile delicatezza, Laila Waida, che si definisce una “ladra di storie” come ci ha raccontato nella sua intervista, ci conduce nell’animo del migrante, di colui (o colei) che è stato accolto in un altro Paese, ma a cui manca un “pezzo”. Nel Giardino dei frangipani si parla di cose realmente accadute, raccontate dai veri protagonisti, e questa è la forza del romanzo.  

Laila Waida è entrata nel cuore di chi ha abbandonato le proprie radici, la propria terra, spesso perché costretto da miseria e povertà, per trovare riscatto e libertà in un altro paese. Ma questo, come ci evidenzia l’autrice, non significa aver trovato la serenità, anzi. A volte ci si sente monchi, a volte semplicemente sospesi, si fa un bilancio della propria vita alla luce della vecchia e della nuova. Ci si inquieta.

Il Giardino dei frangipani è uno dei libri più belli che abbia letto nel 2020. La parte che mi ha colpita particolarmente con un tuffo al cuore è stata quella relativa al ricordo di Kumari dell’orfanotrofio. All’arrivo di potenziali genitori, l’immagine delle reazioni dei bambini è straziante. Non vi racconto niente in proposito, ma vi lascio con una considerazione di Kumari che spero vi incuriosisca:

“sono state le scintille di quel falò a insegnarmi che i sogni sono il più terribile dei nemici, l’unico fuoco che a tua insaputa possa divorarti dall’interno”

Laila Waida, la “ladra” di storie

Laila Waida è indiana e vive a Trieste da parecchi anni. Ha sempre scritto in inglese, e solo da qualche anno ha deciso di farlo in italiano. Il Giardino dei frangipani è stato scritto in inglese, e un elogio particolare va fatto, a mio avviso, al traduttore Ralph Pacinotti, che ha saputo rendere meravigliosamente in italiano le tante sfumature che caratterizzano lo stile dell’autrice.

Attraverso gli occhi di Kumari, Laila Waida, ci accompagna in un viaggio interessante che abbraccia considerazioni sulla condizione della donna in entrambi i Paesi, su come percepiamo la povertà, sulla condizione sociale del migrante nel Paese di adozione, sull’atteggiamento dei ricchi e dei poveri nelle relazioni interpersonali, sugli strascichi della nostra infanzia che ci condizionano in età adulta, sulla pedofilia, sull’amore.

Insomma, un libro pregno di contenuti e ricco di spunti per molte riflessioni. Bellissimo. Unica considerazione che mi viene da fare è sulla miriade di termini indiani che mi avrebbe fatto piacere capire, magari con una nota a pie’ di pagina. Per il resto, il libro vale veramente pena, e chiudo con una considerazione di Kumari che è davvero un pugno allo stomaco:

“[…] da grande puoi anche trovare la felicità, ma non smetti mai di desiderare l’amore di una famiglia, l’amore dei genitori. Non si contavano le storie di orfani diventati matti setacciando i documenti custoditi nell’ufficio della direttrice in cerca di indicazioni sulle proprie radici, solo per ritrovarsi poi, nella maggior parte dei casi, a reclamare un legittimo abbraccio e una spiegazione da madri e padri sconosciuti in villaggi remoti. Ed era allora che le sottili crepe nei loro cuori si trasformavano in crepacci”.

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