Ametista di Francesca Bardi: quando la lettura è un gesto rivoluzionario

Ametista di Francesca Bardi edito da Lorenzo de’ Medici Press è l’ultimo libro dell’autrice, fresco di stampa che narra un futuro vicino e inquietante, ambientato nel 2038. Nel periodo scelto dall’autrice, la lettura non è più un gesto naturale ma un atto sospetto, quasi eversivo.
Nella società raccontata dalla scrittrice, dominata dal controllo tecnologico, dal conformismo e da una progressiva perdita di autonomia individuale, i libri vengono bruciati, la memoria culturale è minacciata e tutto ciò che richiede lentezza, profondità e spirito critico sembra destinato a scomparire.

Da qui prende avvio un romanzo che unisce tensione narrativa, visione distopica e riflessione sul presente, riportando al centro un tema quanto mai attuale: il rapporto tra libertà interiore, conoscenza e condizionamento.
La protagonista di Ametista di Francesca Bardi è Alessandra Cantori, una donna che vive all’inizio in una condizione solo apparentemente privilegiata, accanto a un marito potente e dentro un’esistenza protetta ma vuota. Tutto cambia quando avviene l’incontro con una resistenza clandestina che la costringe a guardare oltre la superficie.
È nel cuore di questa scoperta che nasce Ametista, figura di rinascita e consapevolezza, chiamata a muoversi tra ribellione, memoria, identità e destino. Attorno a lei si sviluppa una trama che intreccia la difesa dei libri, il valore della bellezza, il potere delle immagini, il viaggio nel tempo e una storia d’amore capace di attraversare epoche diverse.
Ma il romanzo di Francesca Bardi non si limita a immaginare un domani oscuro: parla con forza anche dell’oggi, del rischio di affidare troppo alla tecnologia, della velocità che semplifica ma impoverisce e della necessità di custodire ciò che ci rende pienamente umani.
Ametista di Francesca Bardi: intervista all’autrice
Come di consueto, ringrazio l’autrice per questa bella e interessante intervista nella quale ci racconta la nascita di Ametista e il suo significato profondo.
Salve Francesca, lei e’nuova ai nostri lettori. Ci puo’dire brevemente di cosa si occupa nella vita e cosa le piace fare?
Salve, mi piace raccontare storie, quindi, nella vita le scrivo. Scrivo per riviste d’arte, approfondimenti sul mondo dell’immagine e romanzi: storie di persone, storie di cose e storie di vita. Insieme a questo, sfruttando la formazione di architetto, mi occupo di arte a più ampio spettro, non solo scrittura quindi, ma anche espressioni figurative come pittura, varie arti grafiche e fotografia.

Nel suo 2038 i libri vengono bruciati e la lettura diventa illegale. C’è qualcosa di specifico che l’ha stimolata a toccare questo argomento nel suo romanzo? E quanto le sembra vicina questa situazione al presente?
Sicuramente c’è l’amore per la lettura, e il riconoscimento del ruolo fondamentale che questa ha nella formazione degli individui. La lettura rende consapevoli attraverso un processo informativo “lento”, che non brucia le tappe dell’apprendimento più profondo. È proprio il presente che mostra il pericolo che stiamo correndo e che ha suggerito la metaforica distopia di Ametista: oggi la cultura è maltrattata e se non si legge meno, si legge peggio. Il presente ci riempie di sistemi utili a far tante cose utili, ma anche ad allontanarci dalla nostra natura, dai nostri tempi, dai nostri strumenti naturali. Sostituire per accelerare produce distorsioni alle quali stiamo già mettendo delle “pezze” per riparare. I libri ricordando o anticipando servono proprio a renderci consapevoli e a correggerci.
In Ametista l’amore occupa un posto importante. Attraverso la storia della protagonista con Sandro Accursi negli anni Settanta, che cosa le interessava raccontare parlando di un amore che attraversa il tempo?
Scrivere questo romanzo è stato come scrivere più storie con un denominatore comune, l’amore. Per me Ametista è una storia di “amori”: l’amore per la libertà prima di tutto, quella di poter scegliere e di vivere da persone libere e non continuamente sotto controllo; l’amore per la bellezza in tutti i suoi aspetti, da quelli nobilitati dall’arte a quelli della quotidianità che possono vivere in un gesto come nella natura, e l’amore tra un uomo e una donna separati dal tempo, che in sfida contro ogni evidenza vincono su quel tempo. Tutti amori che a loro modo superano ogni età, rinnovandosi e confermandosi, e se possiamo fare questa constatazione lo dobbiamo alla lettura, la memoria della Storia che non ci ricorda solo gli errori dell’uomo, ma anche tanta bellezza e amore.

La tecnologia, nelle sue parole, è “una gran bella cosa” ma può diventare gabbia: “Il tanto è già troppo.” Qual è, per lei, la linea di confine tra utile e invasivo? C’è un gesto quotidiano (anche banale) in cui secondo lei stiamo delegando “troppo”?
Sarei ben lieta ce ne fosse uno, purtroppo ce ne sono tanti. Per fare “un” esempio, tornerei sul concetto di tempo, dal momento che tanta tecnologia ci sostituisce e fa più velocemente, d’altronde, si sa, risparmiare tempo significa risparmiare denaro. Tuttavia, togliere tempo al “fare”, anche se un bene per l’economia, non permette di comprendere cosa e come stiamo facendo, di assorbire metodi e acquisire padronanze che nell’accumularsi diventano esperienza e conoscenza. La tecnologia diventa gabbia nel momento in cui non riusciamo più a farne a meno: non perdiamo mai di vista che delegare è utile, ma pericoloso quando fa perdere la capacitàdi “fare da soli”.
Qual è la parte del romanzo che l’ha appassionata di più mentre scriveva e perché?
Non vorrei peccare di retorica, ma veramente ogni parte è stata importante. Le diverse storie che Ametista comprende nascono tutte da riflessioni che mi sono care. La cura dei libri, intesa come cura della memoria, oppure la cura della bellezza che come è stato detto “salverà il mondo”; il mondo delle immagini, tanto studiato, al quale ho dato un gran ruolo nella trama. Un aspetto molto importante è anche la preferenza per l’“umano” con le sue capacità e tutti i suoi elementi emozionali, in grado di sorprendere, perché non contiene niente di predisposto, ma è dotato di una cosa che niente di artificiale possiede, la creatività. Che dire poi dell’amore, dell’amore che addirittura supera il tempo.
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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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