LA FORTEZZA

di Ambrosia Rinaldo

Tutto era iniziato per caso. L’invito per visitare la vecchia Fortezza era stato accolto. Complice la
comune passione per le antiche fortificazioni, ma ciò che aveva scatenato l’evento era stato quel
piccolo piombino in un mercatino dell’usato. Su una bancarella erano esposte: palle di piombo per
moschetti del settecento ad avancarica, bottoni di giubbe militari dell’epoca e un soldo del Ducato di
Savoia. Oggetti riesumati da qualche vecchio collezionista. Confuso tra quei reperti c’era quel
piombino che serviva per sigillare i pacchi di sale per la truppa. Già, il preziosissimo sale scortato
come la cassa contenente il soldo del reparto.
Allora la visita alla vecchia fortificazione ne era stata una diretta conseguenza.
Il voler toccare quelle vive pietre, visitare le sue sale, i contrafforti i suoi bastioni. L’immergersi
nella magia del luogo, analogo alla Fortezza Bastiani, in quel deserto dove i tatari tardano a venire…
Sale l’attesa della scoperta, dell’inconsueto, del mistero confuso nel panorama prealpino del
fondovalle.
Sale lentamente anche il piccolo sentiero, zizagando sotto un cielo intenso, privo di nuvole.
La Fortezza si staglia nitida contro il cielo. E’ un baluardo di pietra posto a sentinella della valle. I
secoli le sono rotolati addosso semplicemente sfiorandola. È tra quelle pietre, tra quei cortili, lungo
la doppia tenaglia d’accesso e nei sotterranei che sale il senso del mistero, e l’avventura si rinnova. È
un ritorno all’infanzia, un voler giocare ai moschettieri del Re, un ripercorrere quei lontani giorni in
pantaloni corti.
La Fortezza è deserta, immobile, dai suoi bastioni, dai i suoi contrafforti, dalle sue gore, possente
osserva lo scorrere del tempo, senza esserne scalfita, dai volti di quegli intrusi che osano disturbare
la sua quiete, il suo tempo. E i quattro camminano affascinati da quelle forme geometriche,
labirintiche che recano le tracce di vita di uomini scomparsi. Vite trascorse tra quelle camerate ora
spente, lungo le caponiere, i fossati, le opere a corno, i bastioni e le cannoniere che battono il tiro
lungo la Strada di Francia.
Ma è nel pendio, completamente libero che sale su quel prato erboso il ricordo di un bambino, e si
fa vivo. Di un bimbo che libera un piccolo aereo con l’elica avvolta su di un elastico. La sensazione
di leggerezza, di distacco, di volo è immensa. Un bimbo che corre su un prato in discesa, leggero
come i suoi esili anni, sotto lo sguardo vigile della massa di pietra. La sentinella della Valle.
Il silenzio accompagna i visitatori, i loro passi fanno rivivere i camminamenti della Fortezza,
percorsi molte volte con gli occhi e con la mente, sulle pagine di quel libro che ne racchiude la sua
storia, i suoi segreti, nonché le sue planimetrie.
Sale nel cortile del Cavaliere, un refolo di vento, improvviso, a fianco della chiesa. Lì, alzando lo
sguardo, su un muro sopra un’aquila affrescata, capeggia il motto di un reggimento alpino: “Altius
Tendo”. Su di una colonna, i segni di uno scalpello sulla pietra testimoniano il fallito tentativo di
estirpare uno stemma in altorilievo del Delfinato, lasciando i due delfini liberi di nuotare in un
manto di pietra confusi tra i gigli di Francia.
Oltre le camerate, lungo le scale che discendono, tra angusti e infiniti corridoi che fanno da
contrappunto alle opere di scarpa e controscarpa, ai salienti e ai bastioni, alle frecce simili a prue di
navi in pietra, a tutta questa rigida geometria di architettura militare, è il pensiero che sale alle
pagine di Tristram Shandy, di Laurence Sterne, e allo zio Toby, il veterano ex ufficiale che descrive
con minuzia, nel suo raccontare, opere simili di fortificazione.
Ma sono i passi che portano lontano. Nelle stanze vuote aleggia e sale l’odore di foglie di magnolia
bruciate, è un profumo dolciastro, melanconico, carico dell’usura tempo. Su di un muro una scritta
grossolana tracciata a pennello, “Prigione della Maschera di Ferro”, invita a una discesa nei
sotterranei. Ma la Tour Grosse che ha ospitato quel misterioso personaggio è già stata demolita da
qualche secolo, non esiste più, e il ventre della Fortezza è una discesa nell’inconscio.

Paure ataviche avvampano come fuochi su cui il vento soffia sulle braci. C’è quella leggenda che
sale dal villaggio sottostante, la bella Ada, la concubina del comandante delle guardie che fu
accusata di spionaggio dai reali e le fu spiccata la testa. Il suo spirito sale e si aggira ancora tra
queste mura in cerca di vendetta.
Ma le leggende sono polvere al vento, sostituita alla polvere dei cannoni, che si deposita ovunque e
ovunque ricopre.
Ora, i quattro intrusi si incamminano verso il resto dei locali da esplorare. Il tempo, immobile,
osserva i loro movimenti. Un ultimo sguardo al sole che fa brillare i tetti di pietra come argento
vivo, e poi il buio e l’umidità dei sotterranei. Per tutti, la chiesa del cortile del Cavaliere è il punto di
ritrovo.
Mentre visitano i sotterranei i quattro si dividono. Due in direzione della galleria bassa e gli altri
due verso la caponiera di San Bonifacio, dove una scala a chiocciola, ricavata nella cisterna del
forte, porta in basso verso l’umidità del Blockhaus.
Si sentono dei rumori provenire dal Basso Forte, dalla scala del Paradiso, sembrano urla, ma il
vento che sale dal fondo valle altera i suoni, li fa prigionieri, li distorce.
Una strana inquietudine prende corpo, si fa spazio e incrina la mente. Voci, richiami lanciati tra le
scalinate, salgono sino agli spalti. La ricerca si fa affannosa.
Il mio compagno sale lungo una scalinata che porta ai camminamenti superiori e scompare.
Urlo il suo nome, ma il mio richiamo echeggia lungo le scale e si spegne sulle volte delle prigioni.
Anche gli altri due visitatori sono scomparsi.
Ora sono solo. Cammino…
Ci siamo smarriti in questo mastodonte di pietra, tra i suoi spazi, nelle pieghe del suo tempo.
Proseguo alla ricerca dei dispersi lungo una serie di camere vuote dalle porte di legno marcio, mi
ritrovo, nel vagare tra queste labirintiche mura, alla scala a chiocciola che scende al Blockhaus.
Lancio un richiamo. Il suono della mia voce rimbalza tra gli scalini e rotola via come un ciottolo a
valle. Ritorno sui miei passi, verso i camminamenti superiori e chiamo a gran voce il mio
compagno, ma trovo a terra i suoi occhiali. Sono in preda al panico, il corpo reagisce.
Inizio a correre. Un cappello squarciato, gettato a terra, e una macchina fotografica sfasciata in un
angolo, sono tutto ciò che resta degli altri due amici.
La Fortezza ha fagocitato i miei tre compagni.
La paura è un vento impetuoso che sale e scava dentro. E i corridoi diventano improvvisamente
labirinti, le stanze celle mute che arrestano il passo. La mia voce è un inutile urlo che si perde in un
eco sempre più flebile. Le piantine della Fortezza sono linee dislessiche che si accavallano, che si
confondono ai miei occhi. Mappe inutili che hanno perso la loro funzione.
Mi aggiro tra scale, tra i montacarichi in disuso destinati ad alimentare le salve dei cannoni. La
disperazione si unisce al sudore di un connubio di sposi. Ancora corridoi in una lieve penombra
generata da strette feritoie e da bocche di lupo poste a livelli superiori.
Dei passi… un inutile mio richiamo privo di risposta.
Passi nitidi che salgono le scale…
L’ombra proiettata sul muro di una figura femminile incappucciata con una mannaia alzata…
Che sale…
Inesorabile sale…
O mio Dio…

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