Quanto siamo responsabili di ciò che siamo diventati? Autobiografia di Gianni Iotti

autobiografia di gianni iotti

Un faccia a faccia feroce tra madre e figlio è il nucleo del romanzo Autobiografia di Gianni Iotti dal quale si dipanano una serie di riflessioni che costringono il lettore a entrare nel mondo della coscienza. 

Il romanzo, edito da Giovane Holden Edizioni, ha un titolo che suggerisce una pista, che subito si rivela più complessa del previsto. Non si tratta, infatti, di un resoconto lineare di sé, ma di una discesa nella materia instabile dell’identità, là dove il vissuto, l’immaginazione e le possibilità mancate si intrecciano fino a rendere impossibile distinguere ciò che è stato da ciò che avrebbe potuto essere. Al centro di Autobiografia c’è un corpo a corpo psicologico fra madre e figlio, che, però, non assume mai i contorni di un semplice regolamento di conti familiare, perché va ben oltre. 

Il romanzo si costruisce su una doppia scansione temporale estremamente efficace. Da un lato, una sola giornata, chiusa e soffocante, nella quale il presente sembra fermarsi sotto una luce implacabile; dall’altro, l’intero arco di una vita, dall’infanzia nell’Europa orientale all’adozione in Italia, fino alla deriva esistenziale di un uomo segnato dalla violenza, dall’esclusione e da una ferita originaria che nessun tempo riesce a rimarginare. Nella scrittura di Gianni Iotti, la scelta di questa struttura non risponde solo a un’esigenza narrativa, ma diventa la forma stessa del dramma. 

Nelle parole dell’autore emerge con chiarezza un punto decisivo: la personalità non è mai un blocco compatto, ma il risultato fragile di circostanze, deviazioni, casualità, possibilità rimaste allo stato potenziale. Per questo il romanzo non si limita a raccontare una vicenda individuale, ma apre una riflessione più ampia su ciò che ci forma e ci deforma.

Come di consueto, ringrazio l’autore per questa bella intervista che ci accompagna dentro il laboratorio del romanzo, ne chiarisce le scelte strutturali e i nuclei tematici più profondi, mostrando come la narrativa possa ancora essere uno strumento affilato per leggere le crepe dell’identità. 

Autobiografia di Gianni Iotti: intervista all’autore

In Autobiografia il rapporto tra madre e figlio appare come un vero corpo a corpo psicologico. Da dove nasce l’idea di mettere al centro proprio questo confronto così forte?

La nostra personalità – di cui andiamo fieri o che ci affligge o entrambe le cose – è in gran parte frutto del caso.  Il minimo cambiamento   fattuale avrebbe potuto renderci diversi da ciò che siamo o che crediamo di essere. Ma siamo anche plurali, e quello che non si è attualizzato nella nostra vita reale fluttua come virtualità nei nostri pensieri, nel nostro inconscio, allo stato potenziale per così dire. Con il mio romanzo ho cercato di schiudere una porta su quel viluppo di potenzialità, di inventare un altro rapporto possibile con mia madre, assai diverso da quello effettivo, seguendo con l’immaginazione piste interiori che  – per fortuna, aggiungerei – sono rimaste tali.   

Il romanzo si sviluppa su una doppia scansione temporale, tra una singola giornata e l’intero arco di una vita. Perché ha scelto questa struttura narrativa?

La letteratura è una lezione di relativismo critico che ci insegna a diffidare di ogni “oggettività” apparente, e il tempo è per eccellenza una categoria non oggettiva e labile, continuamente influenzato com’è dal nostro stato emotivo  – basta pensare, in letteratura, all’uso   che ne fanno Marcel Proust o   Virginia Woolf. Per quanto mi riguarda avevo bisogno di concentrare il tempo in una sola giornata lasciando che fossero in primo piano i pensieri del mio personaggio e, contestualmente, avevo bisogno di diluirlo per potere raccontare le azioni di quel personaggio sull’arco di una vita. E ciò al fine di rendere narrativamente “plastica” la  tensione paralizzante  tra interiorità e esteriorità che decide del suo destino.  

Il protagonista è sospeso tra crimine e ricerca di catarsi; le interessava raccontare soprattutto la colpa, la redenzione o l’impossibilità di entrambe?

La colpa e la redenzione, nelle culture antiche, erano le tappe di un percorso rituale che presupponeva un possibile riscatto. Ma la modernità ha messo in questione la fondatezza di entrambi gli stati: in che misura la colpa è interamente imputabile a soggetti eterodiretti e determinati dal contesto? E, d’altra parte, com’è possibile redimersi veramente se tutto, e il male specialmente   – la psicanalisi ce lo ha insegnato – rimane sempre attivo dentro di noi? È questa, precisamente, la condizione del mio personaggio privo di libero arbitrio: condannato al crimine a causa della sua storia disgraziata, incapace di emendarsi perché perversamente inseparabile da essa. 

L’infanzia nell’Europa orientale, l’adozione in Italia e la successiva deriva esistenziale del protagonista danno al romanzo anche una forte dimensione storica e sociale. Quanto conta, secondo lei, il contesto collettivo nella costruzione del dramma individuale?

 Nessuno di noi può illudersi di potersi sottrarre all’influenza decisiva del contesto storico-sociale   in cui vive. E meno di tutti può farlo il protagonista del mio romanzo, segnato senza rimedio dalla sua condizione di vittima e di escluso. D’alta parte, la condizione di marginalità che lo caratterizza va intesa anche e soprattutto in senso   metaforico: rinvia a uno stato di estraneità assoluta alle regole del mondo, a un insormontabile rigetto di ogni ruolo convenzionale.  Stante questa duplicità, la questione   diventa: in che misura lo sfondo anni ’70 (boom economico, consumismo, terrorismo, liberazione dei costumi, micro-criminalità legata alla droga) contribuisce a spiegare la parabola distruttiva del protagonista?  Il romanzo, come si conviene a un romanzo, non dà risposte. Spetta al lettore prendere posizione.

Lei è uno studioso e docente di letteratura francese: in che modo il suo percorso accademico ha influenzato la scrittura di questo romanzo?

Ho cominciato a scrivere fin da quando ero molto piccolo e, sia pure con lunghi periodi di latenza, non ho mai smesso di farlo. Ma ho sempre tenuto a non mescolare le mie due attività di studioso e di scrittore: non mi piace la prosa critica troppo “poetica”, così come non mi piacciono i romanzi “da professore”. Detto questo il mio lavoro d’analisi dei testi letterari, francesi ma non solo, mi ha evidentemente influenzato confrontandomi con dei modelli prestigiosi di scrittura. Non più, però, di quanto mi abbia influenzato il cinema, soprattutto americano, attraverso una particolare combinazione di azione e spessore psicologico dei personaggi che cerco di riprodurre nei miei libri.

Gianni Iotti ha insegnato nelle Università di Venezia, Perugia, Pisa e Parigi. Studioso di rilievo internazionale, ha curato per Einaudi l’edizione del Candido di Voltaire e ha recentemente pubblicato il saggio Le ragioni della finzione.Con Autobiografia, l’autore conferma una cifra stilistica capace di unire il rigore della ricerca letteraria a un’intensa identificazione emotiva.

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