IL SALE DELLA TERRA

di Gianpaola Costabile
Fiorenza era, come sempre, su di giri quando si trovava in quegli spazi aperti. Per lei, torinese doc, la fuga estiva verso la ‘Sicilia della famiglia paterna’, dalla ‘metropoli della famiglia materna’, era un modo per risanare delle fratture che si portava dentro e riassestare certi equilibri affettivi. Una ventata di adrenalina, che la aiutava a mettere ordine in se stessa, facendole carburare ricordi ed emozioni, da tenere in archivio per il lungo inverno. Dopo quel mese in Sicilia, infatti, poteva anche cadere emotivamente in letargo e dedicarsi alle sue performanti attività invernali impastate di buon senso, cervello e volontà. Perché, poi, bastava collegarsi al suo cuore, per beneficiare del ricordo di quei momenti e di quei luoghi. Padre siciliano, madre piemontese, la sua storia sembrava quella di tanti italiani dal sangue ibrido degli anni Cinquanta (ma anche Sessanta e Settanta…) frutto di profonde differenze che si attraggono, respingendosi. Per cui il babbo -che il mare lo aveva dentro oltre che nei suoi esagerati occhi ‘blu fondale marino’- aveva continuato ad abitarlo, grazie al suo lavoro di capitano di lungo corso in giro per il mondo, inseguendo brezze iodate e, a suo dire, l’odore del sale. Al contrario, sua madre, granitica come pochi nel suo modo di vedere la vita, adorava la montagna, con annessi paesaggi e presupposti caratteriali tra i quali una cocciuta tenacia, necessari per scalarla. In sostanza, anche la madre inseguiva il suo SALE, ma configurato come un presente indicativo, terza persona singolare di un verbo che usava spessissimo per indicare quell’ascesa sociale frutto del suo modo dinamico di interpretare l’esistenza. Sempre alla ricerca di nuovi confini da valicare e nuove vette da espugnare, interiori e non. Quando Fiorenza scappava in Sicilia, fuggiva soprattutto da queste tensioni infinite, che avevano una connotazione subdola e sottile piuttosto che visibilmente conflittuale. Comunque, lì si sentiva a casa, con mezzo DNA che pulsava prepotentemente. Quel luogo del cuore le faceva capire il senso della vita che inseguiva suo padre e la portata delle emozioni che lui andava a ricercare per mare. E poi c’era il cibo speciale, dai sapori unici, prodotti a chilometro zero che conservavano un gusto diverso. Per tradizione, nella prima settimana della sua vacanza, ci si dedicava alle conserve soprattutto delle melanzane. Una procedura lunga, ma a lei ormai ben nota: salare, pressare, sciacquare ed asciugare al sole, prima di condire e conservare nei barattoli. Era curiosa quella capacità che aveva il sale di togliere l’amaro e sbiancare la parte interna del violaceo ortaggio, offrendo alla nonna su un piatto d’argento l’occasione per perseguire il solito obiettivo finale: parlare alla nipotina miscredente di religione e di Dio. In effetti, una qualche analogia della procedura della salamoia con la confessione ci stava: un’azione di candeggiatura naturale per l’anima, che rendeva più libero il cuore. Fiorenza non provava minimamente a contrastare la nonna: era bellissima così. Saggia, autentica, nonna Concettina profumava di cose vere e genuine, con quella vita fatta di sacrifici e di sorrisi, resi possibili dal grande amore che custodiva nel cuore. Era, e continuava ad essere, una donna del fare e del dare. Per cui, lontana tra l’altro dalle battute sarcastiche della madre, non le era sembrato neanche troppo imbarazzante accettare di trascorrere quel fine settimana presso le saline di Marsala, ma in una sorta di pellegrinaggio che prevedeva momenti di pastorale per ragazzi sul tema “Il sale della vita”. Da qualche anno, infatti, insieme ai cugini siciliani, d’estate affiancava un gruppo di scout impegnato in campi di solidarietà. Ma durante i weekend erano solitamente liberi per cui, per non restare sola né obbligare i cugini a rinunciare ad un’iniziativa facoltativa del gruppo, aveva deciso di iscriversi: sabato visita alle saline, con pernottamento a Marsala. Domenica, momento di spiritualità. “Si può fare!” aveva pensato, ma mai avrebbe immaginato quanta bellezza avesse potuto contenere quel fine settimana. L’escursione alle saline era stata un’esperienza assolutamente unica, con quei mulini a vento che costellavano la costa trapanese. Avevano percorso la via del sale che collega Trapani e Marsala per accedere alla riserva naturale dello Stagnone, dove si trovavano le saline della laguna: piramidi di sale, alternate a vasche e canali, che rispecchiavano i colori del sole, assumendo sfumature cromatiche diverse a seconda della giornata e circondate dall’arcipelago delle Egadi. Un luogo in cui l’uomo aveva saputo rispettare e valorizzare l’ambiente, essendo il suo mare tra i più popolati dal punto di visa ittico. Arrivati a Marsala, non avevano potuto evitare la degustazione dell’ottimo vino che, diciamo, le era piaciuto molto…La mattina non era stato facile svegliarsi, o forse non si era mai addormentata. Attualmente si trovavano, per l’incontro di preghiera, sulla terrazza mozzafiato della struttura dove avevano pernottato, che si affacciava sul mare e non era distante da esso. Per lei, che ancora si stava ambientando a quei colori e a quei profumi, restare concentrata davanti a tanta bellezza era una cosa estremamente complicata. E poi i cinguettii e le cicale: insomma se il Paradiso era più o meno così, conveniva seguire i suggerimenti di nonna Concettina e mettersi più spesso in salamoia pur di conquistarlo. Sì, ma non era semplicissimo: ancora si sentiva il sapore del sale addosso, per quel bagno di mezzanotte che l’aveva vista, come al solito, protagonista di qualche performance non proprio angelica. Non che le piacesse fare la disinibita a tutti i costi, ma neanche rinunciare a vivere…e se il mare la invitava non poteva mica rischiare di bagnare la biancheria intima: meglio, piuttosto togliere tutto, no? Era stata un’improvvisata, un dopo cena, effetto anche delle varie degustazioni del liquore locale. E poi le era piaciuta quella situazione di complicità che si era creata con Marcello, che infatti ora la fissava, mentre lei cercava, disperatamente, di combattere con il suo inevitabile mal di testa nel tentativo di ascoltare le parole del prete. Stimava e conosceva don Michele da quando era bambina, era l’unico che conoscesse le sue confidenze e col quale riuscisse a fare quella famosa operazione di salamoia, qualche volta anche da lontano, via Skype: anche se lui la definiva una chiacchierata, più che un perdono sacramentale. Così pensò di spostarsi, occupando un’altra postazione lontana da tentazioni paesaggistiche e da sguardi indiscreti. Aveva assolutamente voglia di concentrarsi sulle parole di don Michele. Lui la seguì nello spostamento e, sorridendole, la interpellò: “Fiorenza, puoi avvicinarti un momento?” La ragazza provò a girarsi indietro, istrionica, per assicurarsi che fosse l’unica a chiamarsi così e, tra smorfie varie, raggiunse il prete. “M’hai beccato, don Michele, ma non te lo so fare il riassunto di quello che hai detto finora. Stavo guardando il mare: non c’è Dio anche là?”. Non voleva essere irrispettosa, sapeva che tutti erano abituati a quel suo modo di fare un po’ sopra le righe. In realtà, le fu chiesto di leggere un versetto del Vangelo. Le beatitudini dell’evangelista Matteo. Senza aggiungere altro, cominciò: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.” Mentre Fiorenza ritornava al suo posto, don Peppe raggiunse i ragazzi che erano seduti a cerchio di fronte al tavolo adibito ad altare. Con passo pacato, calamitando la loro attenzione. In un silenzio assordante, interrotto solo da rumori della natura e da qualche scampanio in lontananza, si rivolse a loro: “Cari ragazzi, oggi parleremo di sale. Non a caso, siamo geograficamente vicino ad un luogo strategico per l’estrazione del sale. Vorrei porre alla vostra attenzione il valore che questo elemento della natura, così piccolo ed anonimo, può avere: al punto da essere definito, nei tempi passati, l’oro dei popoli. Infatti, oltre a provvedere al gusto del cibo, da sempre è stato utilizzato per disinfettare e conservare. Ancora: nell’Antico Testamento – leggo da una ricerca svolta da Ignazio, che ringrazio – il sale era offerto al forestiero insieme al pane come simbolo di amicizia. Era richiesto per contrarre l’alleanza tra due persone o tra popoli: alleanza sugellata, appunto, dallo scambio di pane e sale. Non solo. Il sale è anche simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, come recita l’Antico Testamento: Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni tua offerta porrai del sale. Così, frizionare i neonati era un rituale per renderli più puri e forti. Senza trascurare la vendetta di Roma su Cartagine dopo l’ultima guerra punica quando, rasa al suolo, nei solchi della sua terra furono, appunto, seminati granelli di sale a ritardare ulteriormente la sua rinascita. Quindi il sale è un elemento ben conosciuto e proprio per questo il Signore lo tira in ballo. Eppure c’è un’ambiguità di fondo, perché se è vero che senza sale i cibi non hanno sapore, è altrettanto vero che, se ne ce n’è troppo, essi diventano amari e incommestibili. Vi è, quindi, una metafora spiazzante, nella sua semplicità, quella di un impegno che deve fare della saggezza il suo punto di partenza, donare nelle giuste quantità, per ottimizzare la qualità del nostro agire. E ancora: il sale riesce ad esaltare i sapori, non aggiunge aroma, come fanno le spezie. Inoltre, come tutti gli elementi solubili, il sale deve sapersi amalgamare, scomparire per farsi tutt’uno con gli altri alimenti. E arriviamo a noi: come passiamo noi divenire sale? Con i suoi poli opposti espressi dai suoi ioni, esso ricorda molto da vicino la nostra anima, dilaniata da desideri ed intenzioni spesso contrastanti. Quindi anche noi, pur partendo dalle nostre contraddizioni, possiamo essere di aiuto alla comunità guarendo le ferite, facendo emergere sempre il meglio dagli altri e proteggendo chi ci chiede aiuto e conforto.” Fiorenza lo ascoltava rapita, non ricordava più bene come la stima per quel microscopico granello di sale si fosse accresciuta in quel modo, ma le parole di don Michele, con quei leggeri giri di boa, erano arrivati -come sempre- dritti al suo cuore. Avrebbe voluto fare un intervento sulla moglie di Lot, che era stata trasformata in una statua di sale nel girarsi indietro; ma poi pensò che non fosse il caso di rovinare quel bel momento di benessere cosmico. Intanto respirò forte, anche per assorbire quanto più iodio possibile, vista la sua tiroide pigra e capricciosa, nonché colpevole della sua tendenza ad ingrassare per ogni minimo peccato di gola: tanto per restare in tema…In realtà, don Michele aveva ragione. Quanta gente insipida la circondava! Di quanti ‘grigi’, dalla collocazione ideologica indefinita, era costellata la sua vita sociale. Quanti gruppi diventavano branco per quell’incapacità del singolo ad esprimere la propria opinione. L’idea di accogliere la provocazione di don Michele, contattare questi ignavi danteschi, la stuzzicava assai. Solo che, per ‘farsi sale’, doveva imparare a penetrare empaticamente le loro fragilità, quel groviglio di insicurezze che tarpa l’entusiasmo della gente. Doveva scendere dal piedistallo dei suoi giudizi insindacabili, dettati dalla forza delle sue ‘certezze assolute’, che pure le erano costate fatica e sofferenza. Per ‘farsi sale’ doveva capire fino in fondo il valore del ‘noi’ ed addolcire il suo cuore. Ci avrebbe provato con un mantra confezionato ad hoc: ‘cuore nello zucchero e sale in zucca’. Un impegno dolce-salato che, come sempre, raccontava la sua attitudine a ricomporre gli opposti, ma senza perdersi, conservando il ‘suo’ sapore. Ci avrebbe lavorato, ma per fare questo, ora, doveva preoccuparsi di riscaldare il suo cuore.









Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
23 Comments
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Giugno 11, 2020 - 11:43 ammi piace
Giugno 11, 2020 - 2:44 pmDaniela le ricordo che deve anche compilare il form con scritto mi piace e poi tasto submit altrimenti il voto è nullo. Grazie un saluto
Giugno 11, 2020 - 2:54 pmBarbara le ricordo che deve anche compilare il form con scritto mi piace e poi tasto submit altrimenti il voto è nullo. Grazie un saluto
Giugno 11, 2020 - 2:54 pmMi piace
Giugno 12, 2020 - 5:55 amFrancesco le ricordo che deve anche compilare il form con scritto mi piace e poi tasto submit altrimenti il voto è nullo. Grazie un saluto
Giugno 12, 2020 - 6:27 amCome sempre un racconto intriso di sentimenti, ricco di paesaggi per gli occhi della mente e dell’anima🌸
Giugno 12, 2020 - 6:57 amLory
😍😍😍😍
Giugno 12, 2020 - 1:18 pmChe brava dire cose così profonde con soave sapienza
Giugno 12, 2020 - 1:33 pmDelicato e profondo
Giugno 12, 2020 - 3:42 pmSemplice, comprensibile e profondo!
Giugno 12, 2020 - 8:02 pmMi piace
Giugno 12, 2020 - 9:50 pmRacconto dall’intenso significato
Giugno 13, 2020 - 1:34 pmmeraviglioso
Giugno 14, 2020 - 1:55 pmmi piace
Giugno 16, 2020 - 10:04 amI like it❤️
Giugno 16, 2020 - 10:28 amFantastico
Giugno 16, 2020 - 3:13 pmgentile sig.ra Caterina, le votazioni sono chiuse. grazie
Giugno 16, 2020 - 3:14 pmInteressante I piace
Giugno 16, 2020 - 4:44 pmMi piace
Giugno 16, 2020 - 9:42 pmsi.ra Daniela le votazioni sono chiuse
Giugno 17, 2020 - 5:57 amsig. Gennaro le votazioni sono chiuse
Giugno 17, 2020 - 5:58 amUn bel racconto
Giugno 17, 2020 - 6:33 am