Portia Zvavahera a Roma alla Fondazione Memmo

Portia Zvavahera Roma

Fino al 1 novembre 2026 Roma accoglie alla Fondazione Memmo una delle voci più intense e della pittura contemporanea internazionale. Like Flowers We Fade è la prima mostra istituzionale in Italia dedicata a Portia Zvavahera, artista nata a Harare nel 1985 e oggi considerata tra le protagoniste più interessanti della scena globale. 

L’esposizione, curata da Alessio Antoniolli, presenta un’installazione site-specific pensata per gli spazi della fondazione e un nuovo gruppo di opere sviluppate dopo un periodo di residenza a Roma.

World flowers, 2026

La notizia è interessante non solo per il calendario culturale della capitale, ma anche per il profilo dell’artista. Il progetto romano segna, infatti, un passaggio importante nella ricerca di Zvavahera, dove la dimensione autobiografica incontra temi universali.

La mostra offre un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere il visitatore per i temi trattati, che empatizza subito con la storia personale raccontata da Portia Zvavahera. 

Like Flowers We Fade

Portia Zvavahera costruisce immagini che sembrano al limite tra visioni terrene e ultraterrene. Le sue tele sono abitate da figure sospese, apparizioni, corpi che si dissolvono e si ricompongono. È una pittura che non illustra semplicemente un tema, ma mette in scena un attraversamento interiore.

Tree of life 1, 2026

Per la sua prima personale istituzionale italiana, l’artista concentra l’indagine su un nucleo particolarmente intimo: la scomparsa della nonna. Questo lutto, che continua a riaffiorare nei sogni, si intreccia all’idea del paradiso e al modo in cui l’immaginazione orienta la vita quotidiana. La mostra diventa così un percorso in cui il ricordo personale si apre a una riflessione più ampia sulla fragilità dell’esistenza, sul desiderio di contatto con ciò che non è più presente e sulla possibilità che la pittura diventi uno spazio di rivelazione.

Il linguaggio visivo di Portia Zvavahera

Parlare del lavoro di Portia Zvavahera significa entrare in un universo pittorico poetico e profondamente spirituale. Le sue opere prendono forma attraverso accumuli di colore, ma la superficie della sua tela non è mai statica. L’effetto è quello di un campo visivo in continuo movimento, in cui la pittura assorbe emozioni, presagi, paure e visioni.

Tree of life 3, 2026

Uno degli aspetti più affascinanti della sua pratica è l’uso di stencil intagliati a mano, pattern ripetuti e tecniche derivate anche dal linguaggio della stampa. Questo procedimento genera ritmo e densità dando vita sul piano formale ai sogni dell’artista: immagini che ritornano, si sovrappongono e si trasformano. 

Nelle tele di Zvavahera il colore non ha soltanto una funzione estetica, ma diventa una materia psicologica. Rossi, viola, verdi e gialli costruiscono atmosfere che danno spazio a sentimenti complessi e contrastanti: protezione e minaccia, conforto e inquietudine, presenza e assenza.

Portia Zvavahera a Roma: cultura Shona, sogno e iconografia religiosa

Il lavoro dell’artista è profondamente radicato nella cultura e nella lingua Shona, il contesto in cui pensa, sogna e definisce la propria identità. Questo elemento è decisivo per comprendere la forza del suo linguaggio poetico. Ciò è evidente anche nelle sue opere in mostra. Qui, la dimensione spirituale non appare come semplice citazione simbolica, ma come una forma concreta di conoscenza del mondo e contatto con lo stesso. Una sorta di canale di comunicazione in grado anche di mettere in connessione il qui ed ora con ciò che è rimasto pura memoria. 

Tree of life 2, 2026

Le sue figure spettrali sono spesso colte in stati di estasi o di tensione. Partendo da una vicenda personale, Zvavahera riesce a toccare temi comuni a molti, tra cui il lutto, la memoria familiare, i sogni ricorrenti, la ricerca di consolazione, il bisogno di dare un senso alle immagini interiori.

La presenza di Portia Zvavahera a Roma conferma inoltre l’attenzione crescente delle istituzioni italiane verso artiste e artisti che stanno ridefinendo il panorama contemporaneo globale. Dopo la partecipazione al Padiglione dello Zimbabwe alla Biennale di Venezia del 2013 e l’inclusione nella 59ª Esposizione Internazionale d’Arte del 2022, il progetto alla Fondazione Memmo rafforza il dialogo tra la sua ricerca e il pubblico europeo.

particolare di The big flower hase fade, 2026

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