“La Principessa Guerriera” di Cvetaeva a cura di Marilena Rea

Intervista a Marilena Rea, traduttrice e curatrice di “La Principessa Guerriera” di Marina Cvetaeva
“Zar-fanciulla”
La “Principessa Guerriera” è la prima traduzione italiana del poema di Marina Cvetaeva lo “zar-fanciulla”. Il libro, edito da Sandro Teti con la postfazione di Monica Guerritore, è un testo prezioso, che accompagna il lettore nel mondo interiore della grande poetessa russa. Il testo è prezioso per mille motivi, primo fra tutti perché non ce ne sono di simili nel nostro Paese e poi perché, come ci ha detto la stessa curatrice Marilena Rea durante l’intervista, è un testo stilisticamente molto complesso.
Marina Cvetaeva (Mosca, 1892 – Elabuga, 1941) scrisse il poema in un periodo molto difficile della sua vita, negli anni della guerra e poco prima di partire per l’esilio. La poetessa, attraverso la fiaba, rievoca un mondo, quello del folclore popolare, che amava particolarmente. Un mondo che non le serviva affatto per evadere dalla dolorosa realtà quanto, piuttosto, per filtrarne le brutture, denunciando violenze e sopraffazioni.

Marilena Rea è critica letteraria, docente presso la Link Campus University, insegnante, editor di manuali scolastici, è specializzata in traduzione della poesia russa, su cui tiene seminari presso varie istituzioni e università italiane e straniere. Insignita della menzione d’onore del premio internazionale per la traduzione “Russia-Italia attraverso i secoli – 2012” per il volume di Cvetaeva A Rainer Maria Rilke nelle sue mani, e della segnalazione speciale del premio “Benno Geiger per la traduzione poetica – 2016” per il volume di Pasternak Anch’io ho conosciuto l’amore. Per Sandro Teti Editore ha curato le Poesie di Imadaddin Nasimi e ha tradotto la raccolta poetica Ora zero di Eduard Limonov.
Ho avuto il piacere di scambiare alcune battute con Marilena Rea alla quale ho chiesto qualche dettaglio in più non solo sul poema ma anche sul difficile mestiere del traduttore.
“La Principessa Guerriera” a cura di Marilena Rea
La Cvetaeva scrive il poema Zar-Fanciulla in un periodo molto doloroso e difficile della sua vita. Il mondo delle fiabe e del folklore popolare che la poetessa amava particolarmente, era un mondo in cui rifugiarsi oppure un escamotage per affrontare temi a lei attuali?
Il suo rapporto con il folclore era senz’altro molto profondo: il libro di fiabe curate dal famoso etnologo Afanas’ev lo ha portato sempre con sé per molti anni, è stata la fonte di ispirazione per altre sue opere di alta levatura, come l’altra fiaba in versi del 1923 “Molodec” (“Il Prode”). Le fiabe rappresentavano per Cvetaeva un mondo ricchissimo di simboli universali, direi archetipi, in cui lei leggeva il destino degli uomini e, in definitiva, dei tanti personaggi che affollano le sue opere. Non dimentichiamo che Cvetaeva è stata una delle ultime voci del Novecento apertamente influenzata dai romantici, russi in primis, ma anche tedeschi e francesi. Nessuno più dei romantici aveva condotto una ricerca molto preziosa sul mondo delle fiabe tradizionali; in numerose memorie Cvetaeva parla di Brentano, Goethe, Puškin, tutti noti autori di fiabe, per l’appunto. Ciò non toglie che la fiaba potesse essere un modo per filtrare l’attualità, ma di certo non per sfuggirla. Il finale della “Principessa Guerriera” è, infatti, una denuncia delle violenze e delle sopraffazioni dei politici. La fiabe ha, in parte, anche questa funzione: veicola temi di attualità mascherandoli da innocue storie fantastiche.
C’è un tema interessante all’interno del poema che ha chiari richiami alla vita della Cvetaeva. Parlo del tema della separazione, nello specifico di quella amorosa tra lo Zar-fanciulla e lo Zarevič. Ci può dire perché la Cvetaeva era particolarmente sensibile all’argomento?
La separazione, la lontananza, l’addio, la divisione – sono tutte varianti di un unico elemento mitopoietico, cioè la carenza. Marina Cvetaeva ha scritto molte liriche su questo tema: il ciclo “Separazione”, il ciclo “I fili del telegrafo”, “Il poema della fine”, “Lettera per l’anno nuovo”, tutte opere che ho avuto la fortuna di tradurre e pubblicare negli anni addietro nelle raccolte “A Rainer Maria Rilke nelle sue mani”, “Scusate l’amore” e “Mestiere”. Torna come un’ossessione il senso di mancanza e incompletezza, che è sia mancanza d’amore ma anche mancanza di amore per la vita. Nei versi di Cvetaeva trascorre un senso tragico dell’esistenza, in cui domina il vuoto piuttosto che il pieno; per questo l’impossibilità di amare e essere amata diventa una delle tante declinazioni di questo vuoto. Ogni poeta crea delle immagini fisse attorno a quei pochi nuclei tematici cui è affezionato – Cvetaeva lo fa con la mancanza d’amore. Nella prosa autobiografica “Mia madre e la musica”, che ho tradotto nel 2016 insieme al “Diavolo” e a “Una fiaba di mia madre”, scrive che il dolore sofferto per la mancanza d’amore da parte della madre “è stata la prima offesa d’amore”. Forse è semplicemente questa l’origine dell’ossessione per l’impossibilità di essere amata.

Nel corso della sua traduzione, ha scoperto un aspetto della Cvetaeva che l’ha particolarmente affascinata?
Traduco le opere di Marina Cvetaeva da quindici anni, nel 2011 uscì la tragedia “Fedra” su cui ho lavorato per anni; fino ad oggi ho pubblicato in tutto sette libri dei suoi versi e delle sue prose e, benché ormai sia avvezza alle sue giravolte stilistiche, ogni volta non finisco di stupirmi. “La Principessa Guerriera” è frutto di un lavoro di traduzione iniziato venti anni fa, e l’ho portato al livello di perfezionamento attuale dopo un lunghissimo e minuzioso intervento parola per parola, come un’operazione chirurgica. È un poema difficilissimo da tradurre, spesso anche da decifrare, e, nonostante ciò, sono rimasta sempre meravigliata di come lei riesca a giostrare registri linguistici dei più disparati senza il minimo segno di logoramento o di stanchezza. Probabilmente gli scarti di stile le erano congeniali, le permettevano di dare voce ai tanti personaggi interiori che si portava dentro. In traduzione, spostarsi dai versi tipici dei cantastorie popolari russi a quelli dell’epos o dell’elegia ha richiesto uno spirito di adattabilità, oltre che di erudizione, molto elevato.
Il poema Zar-Fanciulla uscì nel 1922, ma non fu accolto positivamente dalla critica per diversi motivi. Tra i tanti motivi rientrava anche la poca fluidità e la scarsa omogeneità stilistica. Sicuramente è stata una grande sfida tradurre il poema. Le è mai venuta voglia per un momento di mollare tutto?
L’ho fatto, a dire il vero. Ma non per la difficoltà di traduzione, quella l’ho affrontata in un percorso, come dicevo, lungo e complesso, ma l’ho affrontata. Invece le difficoltà maggiori sono arrivate quando è giunto il momento di trovare un editore italiano. Nonostante avessi già pronta la traduzione completa del poema, ben 3025 versi, per anni nessun editore è stato disposto a pubblicarlo, per ragioni di fruibilità sul mercato. Impossibile non scoraggiarsi, di fronte a queste motivazioni. Fino al 2020, quando invece il poema ha visto finalmente la luce in Italia.

Lei ha tradotto numerosi scrittori russi. Fermo restando che per il traduttore ogni opera tradotta è una sua creatura, qual è quella a cui si è particolarmente legata? Che ha amato di più?
Effettivamente, ogni libro ha una sua storia. Ho tradotto i grandi classici come Čechov, Tolstoj e Dostoevskij; ho tradotto Blok, Cvetaeva, ovviamente, e Pasternak; dei contemporanei, Alshitz, Kušner, Amelin, Višneveckaja (il cui romanzo “Per tentativi” sta arrivando in libreria proprio in questi giorni) e Limonov (la cui raccolta poetica uscirà a breve). E altri sono in cantiere. Impossibile paragonarli e scegliere; ma se proprio devo, voglio spendere un pensiero speciale per Boris Pasternak, di cui ho tradotto e curato il libro “Anch’io ho conosciuto l’amore”. Tradurre Pasternak è come fare il bagno in un giardino divino, dove tutto si muove sottovoce e la vita palpita a ogni angolo. Così sono anche i suoi versi, così è anche tradurlo.
Ci racconta qualche sua mania? Quando si appresta ad una nuova traduzione, cos’è che non le deve mai mancare? Non so, una buona tazza di caffè, il silenzio più totale, penne colorate, la scrivania davanti alla finestra?
Tutto questo insieme, senza ordine né senso. Non so se si tratti di una mania, l’ispirazione ha le sue leggi e questo basta per doverle assecondare.
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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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