Mario Schifano a Roma alla Galleria Lombardi

Mario Schifano Galleria Lombardi

“Non mi ispiro. Io osservo, guardo…”

Roma raddoppia lo sguardo su Mario Schifano. Mentre Palazzo delle Esposizioni ospita una grande retrospettiva, la Galleria Lombardi ne esplora in modo approfondito alcuni aspetti. 

La mostra Mario Schifano | Io guardo, dal 18 aprile al 16 maggio 2026 è visibile negli spazi della Galleria a via di Monte Giordano 40. 

In circa venti opere, la mostra attraversa trent’anni di pittura, dai monocromi dei primi anni Sessanta alle materie cromatiche dei Novanta, inseguendo la frase-manifesto dell’artista: “Non mi ispiro. Io osservo, guardo…”.

Senza titolo, 1990

Curata da Lorenzo ed Enrico Lombardi, con un testo critico in catalogo firmato da Silvia Pegoraro, la monografica alla Galleria Lombardi punta su un percorso selezionato e rigoroso che evita l’effetto antologia e ragiona per nuclei.

Il titolo della mostra riprende una dichiarazione celebre di Schifano, che rivendicava un metodo più vicino alla cronaca che all’ispirazione. Per Schifano, infatti, l’immagine nasce dall’esterno, dalla realtà filtrata da giornali, televisione, pubblicità e fotografia. Questa è la chiave per leggere un artista che, dagli anni Sessanta ai Novanta, ha trattato la pittura come una superficie capace di assorbire e restituire la realtà del proprio tempo.

La mostra alla Galleria Lombardi

Attraverso le opere esposte alla Galleria Lombardi, il visitatore non percepisce il percorso complessivo e cronologico delle sue opere bensì’ alcune fasi, diversi dettagli, particolari campiture o brevi inquadrature. Questo è un modo efficace per comprendere perché Schifano sia stato, insieme, pittore e regista. Il suo quadro, infatti, spesso ragiona proprio come un’inquadratura, e la superficie come una finestra (o una televisione) da cui il mondo entra, ma trasformato.

Le opere in mostra ripercorrono i principali nuclei della sua ricerca: dai monocromi ai cartelli pubblicitari, dai “paesaggi anemici” al ciclo del “Futurismo rivisitato”, fino ai “quadri equestri” e alle materie cromatiche degli anni Novanta.

Schifano è stato una figura centrale della Scuola di Piazza del Popolo, che ha rielaborato i linguaggi della Pop Art americana in chiave europea e ha contrapposto alla logica della riproducibilità industriale una pittura colta e “manuale”. Le sue opere attingono dai mass media e dalla società dei consumi, e si concretizzano nella rielaborazione del materiale fotografico e delle immagini televisive con l’obiettivo di creare una pittura sospesa tra memoria, visione e critica. 

Venere di Milo, seconda meta anni Settanta

I “monocromi” di Schifano in Mostra

Quando si parla dei monocromi di Schifano (1960-1962 circa) il rischio è ridurli a tele di un solo colore. In realtà, sono superfici cariche di campiture uniformi che si comportano come schermi pronti a ricevere immagini, parole, numeri, loghi. 

Schifano lavora spesso con smalti industriali stesi su carta (anche da imballaggio) applicata alla tela, ottenendo una materia densa e sensuale, tutt’altro che neutra. La scelta del colore “blocco” è dichiarata dall’artista stesso: niente sfumature, ma il colore come emblema, come se fosse uscito direttamente dal barattolo.

In alcune opere, un sottile contorno e angoli smussati evocano l’idea di fotogramma. Una sorta di cornice che rimanda allo schermo cinematografico o televisivo, e alla fotografia come dispositivo per guardare il reale. Nelle intenzioni di Schifano non si tratta di un azzeramento che coincide con il vuoto, ma con una ripartenza che ha l’obiettivo di depurare la pittura e renderla nuovamente capace di catturare il presente.

Il “Futurismo rivisitato”, tra omaggio e filtro pop

Senza titolo, 1981

Molto interessante è lo sguardo che la Galleria Lombardi offre al “Futurismo rivisitato” di Schifano, che l’artista avvia dal 1965-66. Da artista immerso nella cultura di massa, Schifano parte in diversi casi da una fotografia storica del gruppo futurista (Parigi, 1921) [immagine di copertina, Futurismo rivisitato, 1996] che trasforma in silhouette e segni, a volte accompagnati da parole dipinte. Il Futurismo diventa così un’immagine mediata prima dalla fotografia e poi dalla pittura per tornare al presente come memoria visiva, logo culturale e icona. È un’operazione che tiene quindi insieme pittura e scrittura, e in cui Schifano mette in scena un tema centrale del suo lavoro: la riproducibilità dell’immagine nell’epoca dei media.

I “quadri equestri” di Mario Schifano alla Galleria Lombardi

Siamo negli Ottanta e Schifano lavora sulla rielaborazione di simboli antichi con un linguaggio contemporaneo. Oggetto della sua ricerca è il cavallo, colto nel suo antico simbolismo come figura archetipica, presente nell’arte da millenni. Schifano lo riproduce nei suoi “quadri equestri” quasi piatto, con un tratto veloce che sembra abbozzato ma splendente nella cromia. E’ come se l’immagine volesse arrivare lontano (mito, storia dell’arte) ma contestualmente accendersi, come farebbe l’insegna di un neon ai giorni nostri.

L’immagine del cavallo è certamente riconoscibile, ma Schifano la sporca e la velocizza, consegnandola allo spettatore non come certezza, ma come un lampo, un’apparizione che si lega tanto al presente quanto al passato ancestrale.

Se la retrospettiva racconta Schifano per ampiezza, questa monografica, Mario Schifano | Io guardo, lo racconta per intensità. E’ un percorso breve, ma capace di far emergere tre parole-chiave del suo lavoro : schermomemoriamateria, e non solo. Attraverso le opere selezionate di Mario Schifano alla Galleria Lombardi, infatti, è possibile percepirne la filosofia estetica: guardare il mondo non per copiarlo, ma per sentirne la pressione sulle immagini.

Mario Schifano (breve biografia)

Senza titolo, 1975-77

Mario Schifano nasce a Homs (Libia) nel 1934 e si trasferisce a Roma nel dopoguerra. Dopo un breve lavoro al Museo Etrusco di Valle Giulia, abbandona presto il restauro per dedicarsi alla pittura. Nei primi anni Sessanta approda ai celebri monocromi e a un linguaggio personale che integra segni della cultura urbana e dei mass media, mantenendo una posizione autonoma rispetto alla Pop Art. 

Negli anni Sessanta ottiene i primi riconoscimenti internazionali, espone negli Stati Uniti e partecipa alla Biennale di Venezia. Sviluppa cicli come i Paesaggi anemici e il Futurismo rivisitato, avviando anche una sperimentazione cinematografica. 

Tra la fine del decennio e i Settanta attraversa una crisi ideologica, ma rinnova la propria ricerca utilizzando immagini televisive trasferite su tela. 

Dagli anni Ottanta torna con energia alla pittura, concentrandosi su paesaggi e “geografie della memoria”, caratterizzati da una materia cromatica intensa e gestuale. Espone in importanti rassegne internazionali e continua a sperimentare anche con fotografia e nuovi media. Muore a Roma nel 1998.

Foto di copertina: Futurismo rivisitato, 1996

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