Il meglio è passato, il peggio purè di Antonio Laurino

Il meglio è passato, il peggio purè di Antonio Laurino

Il meglio è passato, il peggio purè di Antonio Laurino edito da Iuppiter Edizioni è  una raccolta di testi brevi e brevissimi (che l’autore chiama “scintille”) nati dall’attrito paziente tra le parole, proprio come pietre focaie.

L’ultima creazione di Laurino si configura tra quei libri che ti fanno sorridere per come raccontano qualcosa. La differenza è sottile: quando leggo le sue “scintille” rido non per quello che raccontano ma PER COME lo raccontano.

Ecco allora freddure, doppi sensi, calembour, bisticci, false etimologie, mescolanze, e anagrammi. Tutte forme diverse, concentrate in poche righe, con l’ambizione di strappare il bagliore di un sorriso e anche di farci vedere il nostro tempo da una prospettiva inconsueta.

Antonio Laurino, napoletano, classe 1986, laureato in Scienze della comunicazione e specializzato in Semiotica, oggi docente di scrittura funzionale e comunicazione digitale tra Università di Bologna, San Marino e Uninettuno, dopo Binocoli a gettoni approda non più con una narrazione ma con lampi linguistici. 

La ludicità e la brevità la fanno da padrona. Si tratta di una vera e propria sfida quotidiana quella che ha portato alla luce Il meglio è passato, il peggio purè. Laurino ha collezionato una scintilla al giorno e ha lasciato che decantasse nel suo cassetto a dovere, affinché mantenesse la capacità di restare accesa anche a distanza di tempo.

Per tutti i napoletani, segnalo CORINNA, la “raccolta di CORrispondenze foniche tra INglese e NApoletano”, una lista spassosa di cui ci parlerà l’autore nella nostra intervista.

Come di consueto, ringrazio Antonio per questa bella chiacchierata che ci ha permesso davvero di entrare nel suo “laboratorio”. Scopriremo le letture che lo hanno formato, il rapporto tra regole e libertà nella didattica della scrittura, e, soprattutto, l’idea che la lingua, se strofinata nel modo giusto, è in grado di emettere suggestive scintille.

Intervista all’autore

Salve Antonio, lei è già noto ai nostri lettori che l’hanno conosciuta in occasione della pubblicazione di Binocoli a gettoni. E allora partiamo proprio da qui: che cosa è cambiato nel suo rapporto con l’umorismo e con la lingua, e cosa vorrebbe esplorare nel prossimo progetto?

Salve Francesca, e grazie per aver dedicato nuovamente attenzione e spazio a una mia pubblicazione. Un certo approccio ludico alla lingua è sempre stato latente in me, e in qualche modo è emerso anche all’interno di Binocoli a gettoni, soprattutto se si guarda ai nomi e ai soprannomi di molti dei protagonisti delle storie che compongono il libro. Inoltre, anche Il meglio è passato, il peggio purè è una raccolta di scritti brevi e brevissimi, seppure di natura diversa: non narrativi ma aforistici. Quindi alcuni punti di contatto ci sono. D’altra parte, quella che è cambiata è l’intensità sia dell’uno sia dell’altro aspetto, dunque la ludicità e la brevità, che fanno di questo secondo libro un’opera di tutt’altro genere: una collezione di lampi di creatività linguistica che riguardano fatti e tratti del nostro tempo, e tentano di illuminarli sotto una luce nuova, inconsueta.

Il meglio è passato, il peggio purè è una raccolta di scintille, come le definisce lei. Cosa l’ha spinta a cambiare genere? La butto là: voglia di sperimentazione? Esperienza già collaudata ma mai pubblicata? Incentivo da parte di amici, studenti o familiari?

Nella sua preparazione, questo libro precede di alcuni anni Binocoli a gettoni, ed è il frutto di una sfida autoimposta: impegnarmi a produrre una scintilla linguistica al giorno, una sola, che non si affievolisse nel giro di qualche istante, e che risultasse ancora illuminante anche a distanza di tempo. Così, dopo alcuni mesi e un bel po’ di materiale di risulta, avevo il manoscritto. L’idea di pubblicarlo, però, è successiva all’uscita di Binocoli a gettoni, ed è dovuta innanzitutto all’aver scoperto l’ottima Iuppiter Edizioni e la sua collana Sollecitazioni, la quale “propone libri ingovernabili, che raccolgono scritti ritrovati, diari interrotti, confessioni scucite, elzeviri e aforismi, apologhi e corsivi, freddure e calembour”. Insomma, la collocazione ideale per quello che avevo pronto da tempo.

Entriamo nel vivo: tra freddure, doppi sensi, false etimologie e anagrammi: quale forma sente più sua, e quale invece la costringe a uscire dalla comfort zone?

Mi sento decisamente portato per la freddura e il calembour, o per l’ecrivoco, ricorrendo a un’espressione che mi piace molto e che si deve ad Alessandro Carandente. Stando a chi mi conosce bene, è una propensione che ho fin da ragazzo, e che ho poi coltivato consapevolmente leggendo Bartezzaghi, Bergonzoni, Campanile, Flaiano, Marchesi e tanti altri autori, magari meno noti ma non meno brillanti. Uno su tutti: Renato Rocco. Quello che forse mi appassiona di meno, e di conseguenza mi impegna di più, è l’anagramma, anche se mi affascina chi riesce a scorgere ciò che non si vede, facendo dire alle parole molto di più di quello che esprimono.

Corinna (corrispondenze foniche tra inglese e napoletano) mi ha colpita particolarmente perché sono napoletana e mi sono divertita tantissimo a leggerlo. Com’è nata l’idea?

Mi fa davvero piacere. Corinna è il gioco più serio tra quelli contenuti nel libro, vista anche la sua durata. L’idea è nata dalla somma di due eventi distinti: il primo è l’essere incappato nel Glossario di corrispondenze foniche inglese-piemontese del gruppo artistico Eredi Brancusi; il secondo è l’accorgermi che intorno a me, a Napoli, c’era chi coniava nomi per attività commerciali o iniziative culturali giocando proprio su questa curiosa vicinanza tra la pronuncia di termini (ed espressioni) inglesi e napoletane. Da qui la decisione di mettermi d’impegno a scovare altre corrispondenze, in un lavoro compil(cre)ativo che ha portato all’individuazione di circa ottanta falsi amici anglo-partenopei.

Da docente di scrittura, cosa porta in aula ai suoi studenti? C’è un elemento su cui insiste più degli altri?

Occupandomi di didattica della scrittura non-creativa, in particolare professionale e accademica, batto molto su vincoli, principi, categorie, criteri, modelli, ma alle studentesse e agli studenti dico con altrettanta forza di stare attenti a che le griglie non si trasformino in gabbie, e che cimentarsi con scritture di altro tipo, come quella creativa, migliora le abilità scrittorie in generale. Che è poi quello che ho sperimentato io stesso e che cerco di fare ogni giorno.

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