L’insegnamento di un cavallo: “Per una parola. Micolo” di Nicola Galli

Nicola Galli_Micolo

Mi capita di rado che l’emozione prenda il sopravvento durante un’intervista.  “Per una parola. Micolo” di Nicola Galli edito da Scalpendi è successo qualcosa di inatteso: volevo che quel racconto non finisse mai, sentivo il peso delle sue scelte sulla mia pelle.

Una folgorazione

Mentre rileggevo l’intervista che parla di Micolo, il cavallo che ha attraversato venticinque anni della vita di Nicola Galli, sentivo pressante una domanda rivolta anche a me e a tutti coloro che hanno scelto di condividere la propria vita con un animale: che cosa significa davvero prendersi cura di un altro essere vivente?

Nicola è un  consulente finanziario abituato a far quadrare i conti, ma nell’ottobre del 1996, alle aste di Newmarket, supera di ben cinque volte il limite di spesa che si era imposto e acquista Micolo. Tra Nicola Galli e il cavallo nasce un legame fortissimo, fatto di attese, corse, paure e fiducia. 

Ma “Per una parola. Micolo” non è una favola sportiva. Siamo davanti a un racconto sincero, di un amore attraversato dagli errori e dalla necessità di riparare. Quando ritrova Micolo  l’11 febbraio 2009, il cavallo pesa circa trecento chili, la metà del suo peso normale. Le condizioni sono drammatiche, e Galli sceglie di assumersi fino in fondo la responsabilità della sua vita. 

La loro storia ci ricorda che amare un animale non significa possederlo, ma rispettarne la natura, proteggerne la libertà e restargli accanto anche quando la cura richiede sacrificio. 

Nicola Galli ci presenta un romanzo-mémoire d’esordio, che racchiude pagine intense sul perdono, sulla colpa e sul valore concreto della presenza.

Come di consueto, ringrazio l’autore per questa splendida intervista che ci ha aperto una domanda scomoda: questa nuova sensibilità tutta moderna per i nostri amici a quattro zampe cosa significa? li amiamo per ciò che sono o per ciò che ci danno?

“Per una parola. Micolo” di Nicola Galli: intervista all’autore

Partiamo subito dall’inizio, dal giorno in cui ha acquistato il suo cavallo Micolo. Un impulso irrefrenabile la spinse a superare di molto il limite di spesa stabilito. Guardando oggi quel gesto, vi riconosce desiderio di possesso, intuizione, incoscienza o l’inizio di una responsabilità che allora non sapeva ancora, diciamo così, nominare?

Riconosco l’intuizione e una buona dose d’incoscienza, non il desiderio di possesso. Nella mia vita ippica ho avuto tre vere folgorazioni. La prima fu Micolo: quel giorno avrei speso anche settantacinquemila sterline pur di portarlo a casa, ben oltre il limite che mi ero imposto. Dal punto di vista economico non fu un grande affare: le vincite coprivano a fatica le spese, pur contenute perché mi occupavo personalmente di lui. Sul piano umano, invece, è stato probabilmente l’affare più importante della mia vita. La seconda folgorazione arrivò a Milano: acquistai Diva Cattiva per quindicimila euro perché, semplicemente, mi aveva guardato negli occhi. Divenne la migliore cavalla italiana in pista nel 2008 e oggi vive serena nei prati della Normandia. La terza fu Pure Zen, allevata da me: la ritirai dall’asta un’ora prima della vendita, seguendo un’intuizione che non sapevo spiegare. Nel 2019 divenne la migliore cavalla francese. Sono decisioni che possono sembrare irrazionali, ma certe sensazioni non si lasciano tradurre in numeri. E Micolo mi ha insegnato che il valore più grande di un incontro non è quello che incassi, ma quello che ti lascia dentro.

Micolo aveva paure particolari e un modo tutto suo di correre (doveva restare indietro e trovare il proprio passo). Che cosa le ha insegnato l’ascolto di un animale?

Con Micolo ho imparato che, prima di pretendere, bisogna saper aspettare, ascoltare e capire. In pista doveva restare indietro e trovare il proprio passo: se cercavi di anticiparlo, smetteva di impegnarsi. Ho portato questa lezione fuori dall’ippodromo, nel lavoro, nei rapporti e nelle decisioni. Ho fatto il consulente per quarant’anni e, per dieci, ho avuto anche la responsabilità di guidare altre persone. Un caro amico ripeteva che la differenza tra un capo imposto e un capo scelto è tutto. Aveva ragione. Ma ne ho compreso davvero il significato alle cinque del mattino, in un box, davanti a un cavallo che non potevi convincere con le parole e che non ti concedeva fiducia soltanto perché eri tu a decidere. Lì ho capito quanto sia facile confondere l’autorità con il rispetto: la fiducia non si impone, si conquista con il tempo, la coerenza e la capacità di ascoltare, anche senza aprire bocca. È una lezione che ha cambiato il mio modo di vivere.

A proposito di ascolto, lei, in alcune occasioni, ha criticato il fatto che i cavalli siano rinchiusi per molte ore nei box. Quali cambiamenti concreti dovrebbero adottare allevatori, proprietari e ippodromi per mettere il benessere prima del risultato?

Il primo cambiamento è semplice da enunciare, ma molto più difficile da realizzare: un cavallo deve poter vivere secondo la propria natura, non essere considerato soltanto un atleta o uno strumento per ottenere risultati. In troppe scuderie trascorre gran parte della giornata rinchiuso in un box, senza potersi muovere liberamente. E ciò che trovo incomprensibile è che accada non solo nel professionismo, ma anche nei piccoli centri ippici, dove il cavallo dovrebbe essere soprattutto un compagno di vita. È assurdo tenerlo chiuso per ore, per paura di un infortunio, magari soltanto in vista di una gara domenicale il cui premio è una coccarda: nel tentativo di proteggerlo, gli si nega una parte essenziale della sua esistenza. Ho chiesto ai miei allenatori di prevedere, quando possibile, uno o due paddock, anche modesti, perché trascorrere del tempo all’aperto non dovrebbe essere un privilegio. Conosco naturalmente professionisti seri e rispettosi degli animali, ma troppo spesso il risultato, o persino l’eccesso di prudenza, prevale sul loro benessere. Per me esiste poi una regola irrinunciabile: se un cavallo manifesta un problema fisico, non corre, qualunque sia il premio in palio. Non possiamo dire di amare questi animali e privarli della libertà per paura o per ambizione. Il loro benessere deve venire prima dei nostri interessi; altrimenti rischiamo di amare più ciò che possono darci che loro stessi.

Oggi gli animali da compagnia sono sempre più considerati membri della famiglia. Secondo lei questo cambiamento rappresenta un progresso nella sensibilità e nella cura, oppure rischia di nascondere nuove forme di possesso e di proiezione dei nostri bisogni?

Credo che le due cose possano convivere. Considerare un animale parte della famiglia è un progresso quando significa maggiore attenzione, cure migliori e disponibilità a farsene carico per tutta la vita. Diventa invece una contraddizione quando, dietro parole affettuose, si nasconde la pretesa che risponda sempre ai nostri desideri. Un cane, un gatto o un cavallo non sono strumenti per colmare le nostre solitudini: hanno una natura e bisogni che meritano rispetto, indipendentemente da ciò che noi vorremmo. Possiamo coccolarli e considerarli compagni inseparabili, ma la misura del nostro affetto emerge soprattutto quando invecchiano, si ammalano o richiedono sacrifici inattesi. È allora che la parola «famiglia» acquista un significato vero, oppure lo perde. Micolo mi ha insegnato anche una verità scomoda: si può amare profondamente un animale e compiere comunque scelte sbagliate. Per questo credo più nei gesti che nelle dichiarazioni. Amare davvero significa rispettare la loro diversità e assumersi fino in fondo la responsabilità della loro vita.

C’è una parola fondamentale nel suo libro che dà l’avvio a una svolta nella sua vita: riparazione. La riparazione, nel suo caso, è stata figlia di cosa?

È stata figlia, prima di tutto, di una colpa che aveva una data, una decisione e una firma: la mia. Avevo affidato Micolo ad altre persone sperando che lo accudissero come meritava. Quando lo ritrovai pesava circa trecento chili, la metà del suo peso normale. Provai una rabbia indescrivibile, ma non potevo accusare soltanto chi lo aveva ridotto così: ero stato io a lasciarlo andare senza controllare. Riprenderlo, curarlo e tornare a stargli vicino ogni giorno non fu un gesto eroico, ma una responsabilità da assumere. Nel frattempo un giovane lo aveva acquistato in buona fede, ignorando ciò che era accaduto. Per non lasciare che pagasse anche lui le conseguenze di quella vicenda, gli donai altri due cavalli. Non la considerai generosità, ma correttezza. Ho capito che riparare non significa cancellare il passato: certe ferite restano. Significa invece riconoscere le proprie colpe, smettere di cercare attenuanti e dimostrare con i fatti che si vuole cambiare. Se Micolo mi abbia perdonato non posso saperlo; so soltanto che, da quel momento, ho cercato di non tradire più la sua fiducia.

Se ancora non avete scelto il prossimo libro da leggere e sentite l’esigenza  di perdervi in una storia autentica, dove emerge forte il concetto che l’amore diventa autentico soprattutto quando smette di chiedere e comincia a dare, allora “Per una parola. Micolo” di Nicola Galli è il libro giusto per voi.

Buona lettura!

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