I “Cunzuli” nella Valle dell’Aniene: portare conforto ai familiari in lutto

I “Cunzuli” nella Valle dell’Aniene

Portare conforto

I “Cunzuli” è un’espressione dialettale tipica della Valle dell’Aniene. Si tratta di un vocabolo comune a molte altre regioni d’Italia ed indica, nelle diverse sfumature dialettali, la tradizione tipica di portare conforto ai familiari in lutto.

Novembre è il mese dei morti e ne approfitto per dedicarmi a diversi approfondimenti che ruotano attorno a questo evento nefasto (anche se non in tutte le culture del mondo) con esplorazioni culinarie e rituali legate alle tradizioni.  

Il “cunzulo” (il consolo, cioè il conforto) è un’antica usanza che ci portiamo dietro dai tempi dei Romani ed  è presente in varie culture dell’Italia centro-meridionale, quelle cioè che sono state maggiormente influenza dalla Grecia antica da cui questo rito deriva (in Sicilia il consolo è detto “cunsulu”, in Abruzzo “consolo”, in Ciociaria “reconsulo” oppure “canestro” ecc…). 

foto di sam lion da pexels

Dai Greci ai Romani fino ai giorni nostri

Il costume di portare il cibo ai familiari del defunto deriva direttamente dal rituale greco detto peridèipnon (banchetto funebre). Questa usanza serviva a rompere il digiuno del lutto dopo la sepoltura del caro estinto e riaffermare la compattezza e la solidarietà della comunità. 

Tale tradizione è stata poi ripresa dai romani attraverso i refrigeria (“sollievo”), cioè banchetti consumati direttamente sulle tombe dei defunti. La Chiesa, però, proibì il consumo di cibo sulle tombe, e quindi per non rinunciare all’antica esigenza di consolare il lutto attraverso il cibo e mantenere unita la comunità, si pensò bene di spostare il rituale: dal cimitero alla casa del defunto, trasformando così il divieto nell’usanza che oggi chiamiamo “cunzulo”. Di necessità virtù!

I “Cunzuli” nella Valle dell’Aniene

L’usanza del “cunzulo”  era molto sentita e praticata in tutti i paesini della valle dell’Aniene almeno fino agli anni Settanta. 

foto di hannes scharl da pexels

Quando moriva un paesano, l’intera comunità si raccoglieva attorno alla famiglia del defunto.  Amici e parenti si recavano dai familiari in lutto per le condoglianze e, al morto “apparecchiatu”, cioè vestito e adagiato sul letto, si portavano fiori e ci si faceva il segno della croce con l’acqua benedetta posta in un catino ai piedi del letto, come avviene ancora oggi in alcune famiglie di Vicovaro.

In questo giorno funesto, sopravvive ancora un’antica usanza con la quale la comunità intende manifestare concretamente la propria solidarietà alla famiglia colpita dal lutto. Si tratta del banchetto funebre, un rito arcaico che aveva come unico scopo quello di sollevare i familiari dalle incombenze giornaliere, tra cui quello di preparare i pasti. 

A Roviano e ad Arsoli questo uso viene detto ‘¡ cunzuli”, a Riofreddo, Anticoli e Vallinfreda “u cunzulu”, Marano Equo “cunzuri”, a Vicovaro, Camerata Nuova e Subiaco semplicemente “a ffa a magnà a ju mortoi”. 

La condivisione della “canistrella”

foto da pexels di sarah chai

Le donne del paese si presentavano con un cesto di cibo (“canistrella”) che generalmente consisteva in ciotole con pasta al sugo o più spesso “quadrucci” (pasta fatta in casa tagliata a quadratini) in brodo, carne lessa, formaggio pecorino fresco, legumi e verdure. Non doveva mai mancare il pane e il vino. Poiché il lutto durava diversi giorni, ognuno portava qualcosa a turno e poi consumava i pasti con la famiglia del defunto. 

A tavola si “consolano” i familiari e si parla delle buone opere che il defunto aveva fatto in vita. 

Una cosa curiosa è che dal cesto del cibo non doveva mai avanzare nulla, era considerata una sfortuna. Ecco allora che si dava vita alle “nozze del morto” nel caso in cui la casa del defunto si ritrovasse invasa da un’infinità di cesti e quindi di cibo. Si facevano suonare le campane dal prete per richiamare i ragazzini del paese nella casa del defunto. In questo modo, anche loro potevano beneficiare del cibo, rendendo onore al morto, facendolo entrare nella memoria collettiva e celebrando così un’unione simbolica con il resto della comunità.  

Foto di copertina da pexels di muffinlandge

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Fonte: Costumi e tradizioni popolari, Lazio, Toscana e Umbria, Bonechi, 1995

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