Ahmet Güneştekin torna a Roma: memoria, simboli e inquietudine in “Testimoni del tempo”

Ahmet Güneştekin torna a Roma con “Testimoni del tempo”, una mostra che mette in dialogo grandi sculture nere in bronzo e una serie di dipinti costruiti anche attraverso antiche porte recuperate e restaurate, trasformate in soglie simboliche verso una nuova dimensione.

Ad accogliere in mostra il visitatore c’è una scultura in bronzo di oltre 3 metri (Megalomane, 2025) che, come le altre sculture dell’esposizione sono ispirate a persone comuni e lavoratori, ma alterate da dettagli grotteschi e inquietanti.
A puntellare le pareti, invece, ci sono le opere pittoriche dell’artista che evocano mito, trascendenza, scienza sacra e tensione metafisica.
Il risultato che si schiude al visitatore è un percorso potente, in cui il linguaggio dell’arte si fa denuncia contro il potere, riflessione sulla fragilità contemporanea e ricerca di senso.
Maschere antigas, teschi, pesci, croci e archetipi compongono un lessico simbolico che parla di pandemia, crisi climatica, dipendenze digitali e disorientamento collettivo. In questo scenario, Güneştekin conferma la propria capacità di unire immaginario popolare, memoria culturale e forza plastica.
Le sculture: il realismo che diventa inquietudine
Ahmet Güneştekin torna a Roma a poco più di un anno dall’impronta lasciata nelle sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Eravate assenti). Anche questa volta l’artista conferma una cifra espressiva capace di unire impatto visivo e tensione civile.

In “Testimoni del tempo” curata da Sergio Risaliti, le opere si muovono su un doppio binario. Da una parte ci sono le grandi sculture in bronzo dipinte di nero, figure umane che sembrano uscite dalla strada, dal cantiere, dalla vita quotidiana. Dall’altra una serie di dipinti su tela che invitano a immaginare e penetrare in un’altra dimensione che ha i tratti del mito, della trascendenza e della memoria profonda.
Le sculture di Güneştekin sono davvero inquietanti ma magiche allo stesso tempo. Colpiscono per il loro realismo, ma non si limitano mai alla rappresentazione mimetica. I corpi sono concreti, riconoscibili, quasi familiari; eppure, qualcosa li spinge verso il grottesco. Le calzature esagerate, come quelle dei fumetti, alterano la postura e le tingono di un senso che alterna il tragico alla derisione. Le maschere antigas che coprono i volti non appartengono al teatro o alla festa: evocano piuttosto la sopravvivenza, l’emergenza e la contaminazione.

È qui che la mostra riflette il nostro presente. Queste figure parlano di crisi climatica, pandemie, vulnerabilità sociale, ma anche dell’aggressione invisibile delle informazioni e delle dipendenze digitali. Non sono semplici personaggi quelli creati da Güneştekin. Le sue opere si trasformano magicamente in emblemi di un’umanità costretta a difendersi e a trasportare con sé i propri resti simbolici.
Accanto ai corpi compaiono infatti oggetti dal forte valore allegorico: teschi come memento mori, pesci che rinviano allo scorrere della vita ma anche a ciò che stiamo avvelenando, croci e altri segni che oscillano tra sacro, vanitas e memoria archetipica. Ogni elemento sembra andare oltre la cronaca per approdare a un piano più universale.
Le porte dipinte: varchi tra terra e cielo
Se le sculture si impongono per la loro gravità fisica, i dipinti costruiti con porte antiche aprono invece una dimensione più mentale e spirituale. In questi lavori la porta non è solo un oggetto recuperato: è una vera e propria figura concettuale che diventa passaggio, soglia.

Le composizioni accostano immagini astratte, figure mitologiche e spettri cromatici. Le opere sembrano costruite per catalizzare lo sguardo; i cerchi per ipnotizzare, mentre la vivacità dei colori per ammaliare. Le opere di Güneştekin non illustrano, quindi, ma evocano. Non spiegano, ma mettono il visitatore di fronte a un campo di forti energie simboliche.
È un’arte che non si chiude nel formalismo e che usa il simbolo per parlare del presente senza rinunciare a una profondità quasi rituale.
La poetica di Ahmet Güneştekin: mito, contro-memoria e astrazione narrativa
Nato a Batman nel 1966, Ahmet Güneştekin ha costruito nel tempo una ricerca multidisciplinare che intreccia pittura, video, installazione e scultura. Le sue radici affondano nell’ascolto delle narrazioni orali dei dengbêj, i cantori della tradizione curda e anatolica, esperienza che ha inciso profondamente sul suo immaginario e sul rapporto tra racconto, suono e memoria.
Dopo il trasferimento a Istanbul, l’artista ha sviluppato una pratica fondata su ricerca etnografica, sperimentazione sui materiali e attenzione per le forme della cultura visiva popolare e mitologica.

Un tratto chiave della sua poetica è l’osmosi tra geometria, incisione, colore e simboli, che si intrecciano per restituire racconti rimossi, identità marginali e memorie non ufficiali.
Güneştekin insiste sul ruolo dell’arte come spazio in cui rendere visibile la memoria e trasformare ferite storiche e collettive in immagini.
“Testimoni del tempo”: Ahmet Güneştekin a Roma
Come afferma lo stesso autore, le opere qui presentate non sono immagini che raccontano il passato, ma sono testimonianze che hanno attraversato il tempo per giungere al presente.
In questo senso, la mostra non mira a raccontare nuovamente il passato, ma a renderlo ancora visibile. Le civiltà possono crollare, le città possono svanire e gli imperi possono dissolversi nell’ oscurità della storia, eppure la memoria condivisa dell’umanità continua a vivere all’interno di immagini e simboli. L’arte è la custode di questa memoria. «Testimoni del tempo» è una mostra che richiama alla memoria i silenzi testimoni della storia umana.
Inoltre, il fatto che questa mostra si tenga a Roma non è una casualità. Le immagini in mostra, infatti, entrano in dialogo con lo spirito storico della città stessa, un luogo in cui le storie si sono susseguite una sull’altra nel corso dei secoli.
Nel panorama dell’arte contemporanea, spesso diviso tra concettualismo freddo e intrattenimento visivo, le opere Güneştekin colpiscono per la ricerca filosofica che è alla base di lavori di grande pregio artistico e forte impatto visivo; le sue opere inoltre, per la grande originalità rendono l’artista una figura di spicco nell’ambito internazionale.

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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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