A che scopo? George Simenon e Le campane di Bicetre

Le riflessioni di un malato nel suo letto d’ospedale in Le campane di Bicetre di George Simenon
A che scopo?
Le campane di Bicetre di Simenon è uno dei più bei classici che ho letto quest’anno (dopo le Confessioni di Tolstoj, lo ammetto). L’introspezione psicologica, la condizione dell’uomo difronte alla malattia e la stanchezza del tran tran quotidiano sono solo alcuni degli aspetti che lo scrittore belga tratta nel suo romanzo.
Inizialmente la lettura mi ha spiazzata. Quando l’ho acquistato in una vecchia libreria, non mi sono neanche lontanamente interessata di guardare la quarta di copertina. Tanto Simenon è una garanzia mi ero detta. Tuttavia, non so perché , avevo voglia di una sorta di giallo, qualcosa che mi instillasse un po’ di adrenalina. E invece, mi sono ritrovata a leggere la storia di un malato che si svolge tutta in un letto di ospedale.
E no! Cioè, e sì. Nel senso che, è vero che si svolge tutto in un letto di ospedale, ma è pur vero che la maestria del grande Simenon, non ci fa annoiare neanche un attimo.
Tutto il romanzo, in un linguaggio asciutto, diretto e privo di formalismi letterari, è un via vai continuo dentro e fuori la vita del protagonista. Renè Maugras, direttore di uno dei più importanti giornali parigini, a cena, durante uno dei suoi tanti incontri mondani, va al bagno e si sente male. Si risveglia in una stanza di ospedale solo, confuso e con il cervello quale unico organo realmente funzionante. Ha perso l’uso della parola e non sente più un’intero lato del corpo. Inizia così per il protagonista un viaggio solitario nei meandri del suo animo. Tra ricordi e riflessioni passa in rassegna la sua vita e poi arriva alla domanda fatidica. A che scopo? A che scopo darsi tanto da fare nella vita? Raggiungere il successo e scapicollarsi?
Il bisogno di solitudine
Nella stanza dell’ospedale Renè inizia a percepire quasi una sorta di benessere. Si sente protetto. Ma da cosa? Dal mondo esterno? Dalla vita finta che ha portato avanti fino a quel momento? Forse. Fatto sta, che quella specie di limbo in cui si è ritrovato, lo fa stare bene. Ci sono due infermiere che lo accudiscono e a cui Renè si lega. Passa in rassegna con la fantasia le loro vite e, sempre con la fantasia, pensa di averle biblicamente una volta guarito. Alla signorina Blanche , però, riesce solo a strizzare un seno in un momento di stizza e la signorina Josefà lo abbandona di punto in bianco. Alla fine, ha un rapporto sessuale con la moglie con cui rapporti, al di là di quelli sessuali, non ne aveva ormai da un pezzo.
George Simenon in Le campane di Bicetre ma non solo, guarda l’uomo con la sua lente di ingrandimento. Scava nella sua psiche, nelle sue fragilità e nei suoi bisogni, chiedendosi sempre e inevitabilmente perché facciamo quello che facciamo.


Inizialmente Renè non ha l’uso della parola, ma lo cosa non lo rattrista per niente. Non si spaventa, anzi, paradossalmente, ne è quasi contento. Si trova in uno stato di piacevole e inaspettato torpore nonostante la gravità della situazione che angoscerebbe chiunque. A lui no, non importa, perché quello stato lo rassicura. Non deve più parlare con nessuno, non deve dare ordini o spiegazioni, non deve necessariamente intrattenere nessuno. Insomma, è un momento tutto suo, è a tu per tu con se stesso e la cosa lo rasserena.
Ha perso l’uso della parte destra del corpo quindi non può più radersi né tanto meno scrivere su un pezzo di carta all’infermiera cioè che gli serve. Così inizia ad imparare ad usare la sinistra. Inizialmente è faticoso, poi, piano piano Renè si abitua e inizia a scarabocchiare piccole frasi per chiedere ogni tanto qualcosa all’infermiera o a sua moglie.
Non lo viene a trovare nessuno nonostante abbia molto amici se non la figlia, con cui non ha mai avuto un rapporto vero, l’amante e sua moglie quando non è ubriaca. E’ lui che lo ha chiesto, non si vuole stancare. In realtà, non sente affatto il bisogno di ritornare alla sua vita precedente, alle sue abitudini e alle sue conoscenze. Sente che quel mondo non gli appartiene più.
Quando Renè tira le somme della sua vita, molto affascinanti sono le riflessioni contraddittorie che caratterizzano la relazione con la moglie Lina. Si chiede per tutto il romanzo se il suo è amore, se sta con lei per pietà, e alla fine non si spiega perché l’abbia sposata e se l’abbia realmente mai amata. Lei è alcolizzata ormai da tempo immemore, è perennemente depressa e gli trasmette uno stato d’ansia continua, però da lei non riesce a staccarsi.
George Simenon e Le campane di Bicetre: il richiamo della vita
In ospedale si sente protetto. I suoi amici medici lo rassicurano, gli dicono che è normale che i malati inizino a riprendersi, ma a lui questa notizia proprio non gli va giù. Non vuole più tornare alla sua vita, ai suoi impegni, ai suoi successi. Gli piace che le infermiere si prendano cura di lui e diventa di cattivo umore quando è costretto ad iniziare la fisioterapia con un uomo il cui contatto fisico lo ripugna. Vuole sentire i capelli dell’infermiera Blanche sul suo viso quando gli si avvicina o guardare il seno prosperoso dell’infermiera Josefà mentre dorme.
Le sue giornate sono scandite da ritmi sempre uguali: le campane della prima messa, la barba, il pranzo, la compagnia dell’infermiera Blanche e poi la cena e a nanna.
L’ottavo giorno lascia il letto e si fa portare un’agenda rossa sulla quale riesce a scrivere solo qualche parola simbolica ed evocativa di un qualcosa che, forse, un giorno non ricorderà neanche più.
Poi i giorni diventano settimane. Inizia a fare brevi passeggiate nel cortile sotto il braccio dell’infermiera Blanche, abbandona la pipa che i primi giorni si era fatto comprare, riprende a fumare qualche sigaretta, ad indossare il suo pigiama costoso con le iniziali ricamate fino a quando la consapevolezza di dover abbandonare quel salvifico torpore di solitudine inizia a farsi strada nella sua mente.
Nonostante nel corso della sua degenza abbia preso consapevolezza dell’insensatezza della sua vita e di quella degli altri, una vita fatta di successo, soldi e formalismi di ogni tipo, sente l’inevitabilità forzata di un ritorno al “prima”, un ritorno a quella vita che pensava di aver completamente abbandonato una volta entrato in ospedale.
Si arrende al flusso della vita che reclama la propria natura. Si fa portare un telefono, cosa che aveva rifiutato fin dal primo giorno perché voleva godersi la sua solitudine, si fa portare qualche giornale che aveva rifiutato perché del mondo esterno ormai non lo attirava più niente e inizia a chiedere la compagnia di sua moglie. La vita lo reclama e lui, quasi abbandonando il capo sul collo, le va dietro senza fiatare.
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Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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