L’entusiasmo degli adolescenti  nei “ragazzi del Vate alla festa di Fiume” di Giovanni Pioda

I ragazzi del Vate alla festa di Fiume Giovanni Pioda

La “festa” di Fiume

Gabriele D’Annunzio e l’impresa fiumana non sono gli unici protagonisti del romanzo “I ragazzi del Vate alla festa di Fiume” di Giovanni Pioda, edito da Armando Editore. 

Del Vate ne ha parlato ampiamente la storiografia, e anche se Giovanni Pioda si riallaccia ad un fatto realmente accaduto, la sua attenzione si focalizza sul mondo degli imberbi, un manipolo di giovanissimiche, alla fine del 1919, lascia le proprie case per raggiungere quella città trasformata in promessa, palcoscenico e laboratorio politico. Una scelta estrema, compiuta nell’età in cui l’entusiasmo è più convincente della prudenza e il richiamo dell’avventura più forte di ogni legame familiare.

La forza delle parole

Il romanzo prende le mosse da una vicenda reale e la affida soprattutto allo sguardo di Renato, uno dei ragazzi sedotti dal carisma del “Vate” e dall’idea di poter partecipare in prima persona alla costruzione di un mondo nuovo. 

E’ la prospettiva che utilizza Giovanni Pioda a inchiodarci alle pagine del romanzo. Fiume non viene osservata dalla distanza rassicurante dei manuali, ma dal basso, attraverso gli occhi degli adolescenti, esposti alla forza delle parole, dei simboli e dei riti collettivi. 

Nella città occupata convivono patriottismo e ribellione, disciplina militare e spirito libertario, slancio ideale e spettacolarizzazione della politica. La “festa” evocata dal titolo è dunque qualcosa di più di una cornice: è l’atmosfera febbrile di un’esperienza che sembra offrire ai suoi partecipanti la possibilità di reinventarsi.

La vicenda narrata appartiene a un’epoca precisa, segnata dalle ferite della Grande Guerra, dall’instabilità del dopoguerra e dalla ricerca di nuovi linguaggi politici; eppure, parla anche del bisogno, universale e ricorrente, di sentirsi parte di qualcosa di grande. 

Giovanni Pioda segue l’energia di quei giovani senza ridurla a ingenuità e senza trasformarla in un’assoluzione. Il lettore è invitato piuttosto a interrogarsi sui meccanismi della fascinazione. 

Quanto pesano le scelte ideologiche

L’esperienza fiumana non esaurisce il racconto. Le traiettorie dei protagonisti attraversano i decenni successivi e si misurano con la progressiva radicalizzazione del Novecento: l’affermazione del fascismo, le persecuzioni, le deportazioni, la guerra e la frattura tra scelte ideologiche opposte. L’avventura condivisa diventa così un’origine comune dalla quale si diramano destini differenti. È in questo arco temporale che il romanzo allarga il proprio respiro e mette alla prova parole come amicizia, lealtà e memoria. E’ qui che il lettore percepisce la potenza travolgente dei sentimenti, è in questo contesto che si lascia coinvolgere dallo smarrimento delle emozioni contrastanti che animano i suoi personaggi.

Che cosa rimane di un legame nato nell’entusiasmo quando la Storia impone schieramenti inconciliabili? È possibile riconoscersi ancora, dopo che le idee hanno scavato frontiere tra le persone?

Come di consueto, ringrazio Giovanni Pioda per questo splendido viaggio dentro le vite dei suoi personaggi,sulle loro scelte e sulla resistenza dei legami di fronte alle ideologie.

Intervista a Giovanni Pioda

Salve Giovanni, lei è nuovo ai nostri lettori. Ci può raccontare brevemente cosa fa nella vita e quali sono le sue passioni?

Buongiorno Francesca. Nella vita sono un medico-legale libero-professionista, attività che svolgo a tempo pieno. Riesco tuttavia a trovare un tempo per la letteratura, rubandolo alle attività quotidiane, ai doveri ed alle responsabilità familiari ed anche al tempo libero. Fino a questo romanzo questo tempo era dedicato alla lettura bulimica dei grandi scrittori. Ora questo tempo rubato, lo divido anche con la scrittura. Oltre alla letteratura le mie passioni riguardano la musica, che non divido per compartimenti stagni, ma spazio dalla classica ai generi piu’ diversi (rock, jazz, pop). Sono appassionato di fotografia e di arti figurative. E per ultimo ma non da ultimo, sono un animalista convinto.

Il romanzo nasce dalla storia vera di alcuni minorenni fuggiti di casa alla fine del 1919 per raggiungere D’Annunzio a Fiume. Come ha incontrato questa vicenda e che cosa le ha fatto capire che poteva diventare un romanzo?

Ho letto molti saggi storici su Fiume e mi sono molto documentato su questa vicenda, dal momento che nella nostra storia familiare risultava che mio nonno Renato, appena sedicenne era scappato di casa insieme ad oltre un centinaio di minorenni da tutte le parti d’Italia, per approdare a Fiume per seguire il Vate, il Comandante D’Annunzio. Mio nonno non ha mai raccontato dettagli di quell’anno vissuto pericolosamente e gioiosamente ma da tempo questa storia bussava alla mia porta. Ho trovato infatti documenti e testimonianze nel corso degli anni ed ho pensato infine che valesse la pena raccontarla questa storia e portarla alla luce.

Fiume viene descritta anche come un esperimento sociale, nel quale convivevano nazionalismo, ribellione, aspirazioni libertarie e spettacolarizzazione della politica. Quale di queste tensioni le interessava maggiormente esplorare?

In realtà tutte quelle che Lei ha citato. Fiume è stato il più importante esperimento sociale del Novecento. Un laboratorio di utopie ed un coacervo di ideali, di direzioni della Storia talora divergenti tra loro. Un esperimento libertario e rivoluzionario che ha  generato un mito nell’immaginario collettivo degli italiani come un movimento carsico che potrebbe essere tornato alla luce, tanti anni dopo, con il Movimento della contestazione del ’68. Lo slogan di entrambi i Movimenti era infatti “L’immaginazione al potere!” 

Come ha cercato di restituire lo sguardo adolescenziale di ragazzi attratti dal carisma di D’Annunzio, evitando sia la celebrazione sia il giudizio formulato con il senno di poi?

Ho cercato di entrare nella testa e nella personalità di un sedicenne dell’epoca, attratto dal bisogno di assoluto, della fame di ideali grandiosi cui dedicare la propria vita. Ho esplorato la storia di Fiume dall’interno, come dal buco della serratura, con gli occhi di Renato che inseguiva un richiamo, una vertigine, una promessa di senso. Il romanzo parla di avventura, di amori adolescenziali, di amicizia e fedeltà. Il Vate è stato un catalizzatore di queste potenti energie adolescenziali. Una possente calamità per i giovani degli anni Venti.

Nel libro amicizia e fedeltà sembrano resistere alle frontiere e alle ideologie. È questo, più della ricostruzione storica, il nucleo morale del romanzo?

Definirei il mio libro un romanzo di formazione, che esplora un momento in cui si è molto giovani e si crede che la vita debba essere più grande, più rischiosa, più totale di come appare. Parla il libro, del prezzo dei sogni, della forza dei legami, della memoria che riemerge laddove sembrava esserci solo il silenzio. Parla del richiamo dei miti, della fragilità dei ragazzi, della crudeltà del secolo, ma soprattutto vuol affermare la tenacia dei rapporti umani. Quelli che veramente contano e resistono negli anni, per sempre. L’amicizia e la fedeltà, oltre le contrapposizioni e gli estremismi della politica, oltre le divisioni feroci e le barriere ideologiche.

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