LARGO, PISTA, TINA IN VISTA! Intervista alla traduttrice Lucia Gaja Scuteri

largo pista tina in vista!

I temi del libro

Largo, pista, Tina in vista! è l’albo illustrato di Manica K. Musil pubblicato da Beisler nella traduzione di Lucia Gaja Scuteri, un libro di rara bellezza che non si limita a raccontare una storia, ma a costruirla materialmente davanti ai nostri occhi. Proprio così, l’albo è un viaggio materico ed emozionale in cui si accarezzano cuciture, fili e tessuti, in cui ogni dettaglio è pensato per invitare chi legge a rallentare, osservare e immaginare con tutto il corpo. In un tempo in cui le immagini scorrono veloci, Tina chiede invece attenzione, e non corre via, pur sognando la velocità.

Tina è un pesce, ma non un pesce qualunque. Vive nel mare limpido, tra creature che conoscono bene il ritmo dell’acqua, eppure il suo desiderio guarda altrove: verso strade, piste, autobus, furgoni, automobili da corsa. In lei abita una passione apparentemente impossibile, una di quelle aspirazioni che fanno sorridere gli adulti e brillare gli occhi ai bambini. Che cosa può farsene un pesce di un volante? Come può una pinna premere un pedale? La sua avventura non parla soltanto di fantasia, ma del diritto di immaginarsi oltre le cornici assegnate, oltre l’ambiente in cui si è nati, oltre ciò che gli altri considerano sensato.

La storia prende forma attraverso un incontro imprevisto: un evento che potrebbe essere minaccioso — Tina catturata da un bambino pescatore — si trasforma invece in possibilità, in ascolto, in complicità. Talvolta l’imprevisto apre un varco e può diventare il tramite di una felicità nuova. In questo senso Largo, pista, Tina in vista! è un libro sul desiderio, ma anche sulla fiducia. L’albo racconta che i sogni non sempre si realizzano seguendo la strada più lineare; spesso hanno bisogno di deviazioni, di incontri, di uno sguardo generoso capace di prendere sul serio anche l’impossibile.

Letteratura per l’infanzia

In questa bella intervista, Lucia Gaja Scuteri accompagna il lettore dietro le quinte di un lavoro che, come spesso accade nella letteratura per l’infanzia, richiede precisione, ascolto e grande senso del ritmo. Tradurre un albo illustrato significa muoversi in uno spazio ristretto e delicatissimo. 

Ringrazio Lucia per questa interessantissima intervista che ci ha permesso di affrontare il tema della produzione slovena per l’infanzia in Italia e di entrare nell’ affascinante laboratorio della traduzione. 

Tra i libri che arrivano da altri immaginari linguistici, albi come questo sono perfetti per chi ama seguire percorsi editoriali meno prevedibili. Queste pubblicazioni, infatti, sono anche un invito a guardare oltre i cataloghi più consueti e ad ascoltare le voci che arrivano da tradizioni letterarie ancora poco note nel nostro Paese. 

LARGO, PISTA, TINA IN VISTA! Intervista alla traduttrice Lucia Gaja Scuteri

Salve Lucia, domanda d’obbligo per chi è nuovo al nostro pubblico di lettori: ci racconta brevemente cosa fa nella vita e quali sono le sue passioni?

Sono traduttrice editoriale dallo sloveno. Di tanto in tanto svolgo attività di mentorship per traduttori emergenti, al momento ad esempio collaboro con la Scuola Holden nell’ambito del progetto europeo CELA. È un’attività gratificante e al tempo stesso illuminante, quella del confronto con colleghi o futuri tali, perché ritengo che nel nostro settore sia davvero cruciale fare rete e supportarsi a vicenda. Quanto alle mie passioni, salvo la lettura, che mi accompagna praticamente da sempre, confesso – sono mutevoli e spesso peregrine. Anzi no, mento, in realtà ce n’è un’altra che non è mai cambiata: amo scrivere_ricevere_collezionare cartoline! Fin da quando ho imparato a scrivere. Tra le più recenti e chissà quanto durature, c’è invece il sumo, la lotta tradizionale giapponese.

Partiamo subito dal titolo dell’albo illustrato. Per il titolo italiano, Largo, pista, Tina in vista! , lei ha scelto un andamento molto giocoso e sonoro. Come è nata l’idea rispetto al titolo originale sloveno Riba Tonka cioè il Pesce Tonka? 

In realtà non posso prendermi il merito per questo titolo così indubbiamente ben riuscito. È stata una saggissima scelta dell’editore, frutto di esperienza, sagacia e molta creatività. Credo che Ulrike sia partita dal titolo proposto per la versione inglese, Tonya The Fish, ancora inedita tra l’altro, ma bisognerebbe chiederne conferma a lei. In ogni caso è una scelta che ha ottimizzato il mio lavoro sul testo, perché mi ha trasmesso immediatamente l’ethos operativo di Beisler: spazio alla giocosità rispettosa!

Nel passaggio dallo sloveno all’italiano, qual è stata la prima caratteristica di Riba Tonka che ha sentito di dover proteggere? Non so, il ritmo della voce narrante, la musicalità delle frasi, l’ironia, la dimensione visiva e tattile dell’albo?

Al primo posto direi che mi premeva molto riuscire a ricreare, per i lettori e le lettrici italiani, lo stesso livello di godibilità dell’originale. E in questo spirito ho ritenuto necessario, previa consultazione con l’autrice, addomesticare, come si suol dire, i nomi di alcuni personaggi incontrati da Tina. Il granchietto Anže così è diventato Elio, nome tra l’altro perfetto per un granchio che sogna di esplorare lo Spazio, la polipetta Anja, invece, in italiano si chiama Luisa. Poi sicuramente traghettare l’ironia complessiva e la musicalità del testo. Quanto alla dimensione visiva e tattile dell’albo, credo non servano ulteriori protezioni, si protegge benissimo da sé.

Lei è nata a Lubiana, è cresciuta e lavora anche in contesti italiani, e si occupa di mediazione culturale. Quanto conta questa doppia appartenenza nel rendere naturale per il pubblico italiano un immaginario sloveno?

Da quando vivo in Irlanda, in realtà, mi occupo sempre meno di mediazione culturale in senso stretto. La doppia appartenenza per me è un’arma a doppio taglio. Certamente aiuta e conta, ma talvolta può rivelarsi insidiosa. Con certi realia geografici o gastronomici, ad esempio, mi accorgo di dare spesso per scontata la dimestichezza del lettore nel decodificarli. Talvolta, poi, riscontro vere e proprie interferenze linguistiche che mi portano a creare calchi di costrutti sintattici nella lingua di arrivo – al punto che li trovo plausibili per tutto il periodo di limatura personale della bozza e mi vengono fatti notare solo dagli editor in fase di redazione… Siano sempre ringraziati gli editor intelligenti! Di regola il loro lavoro resta ancora più invisibile e meno riconosciuto di quello di noi traduttori. Citarne il nome sui colophon dovrebbe essere obbligatorio, proprio come la menzione del traduttore in copertina e su tutto il materiale promozionale. 

Tradurre letteratura per l’infanzia significa spesso lavorare su suoni, ripetizioni, ritmo e parole che devono essere lette ad alta voce. Ci sono passaggi che hanno richiesto particolare attenzione sonora?

Quando lavoro a una traduzione, in realtà, nella fase finale di levigatura leggo sempre la bozza ad alta voce. Sempre! Per accertarmi della scorrevolezza, risolvere cacofonie involontarie e, soprattutto, individuare eventuali refusi. È un passaggio per me imprescindibile prima della consegna. Nel caso di Tina, l’attenzione alla sonorità è stata sicuramente presente, coniugata però alla ricerca della sinteticità, di soluzioni dunque sonoramente accattivanti, ma compatibili con lo spazio disponibile. Gli albi contengono spesso illustrazioni anche estese con cui la componente testuale deve poter dialogare, ma senza sovrapposizioni di alcun tipo. 

Lei promuove da anni la letteratura slovena in Italia. Che cosa può portare al pubblico italiano un albo come questo, e più in generale che cosa vorrebbe che i lettori italiani scoprissero della produzione slovena per l’infanzia?

Ammirare l’universo immaginifico creato dai ricami dell’autrice è già di per sé un’esperienza che arricchisce tutti noi. A prescindere dall’età, ne sono convinta: in fondo ci ricorda la pluralità prospettica attraverso cui è possibile guardare al mondo. Questo albo, poi, ci insegna a inseguire i nostri sogni malgrado la loro effettiva realizzabilità, perché contano il percorso e le sorprese affrontate strada facendo, non solo la meta. Come si sarà forse capito, la produzione di Manica K. Musil mi piace molto e sarebbe bello portare altri suoi libri in Italia. Poi tra gli autori recenti sicuramente gli albi di Hana Stupica, Anja Štefan e Gaja Kos incanterebbero il pubblico nostrano. Ma sarebbe davvero meraviglioso se i lettori italiani potessero scoprire Svetlana Makarovič, l’autrice con le cui storie sono cresciuta. Di suo in italiano è stato tradotto troppo poco e più di quarant’anni fa – urge insomma ampliare e aggiornare.  

Tra i libri che arrivano da altri immaginari linguistici, albi come questo sono perfetti per chi ama seguire percorsi editoriali meno prevedibili. Queste pubblicazioni, infatti, sono anche un invito a guardare oltre i cataloghi più consueti e ad ascoltare le voci che arrivano da tradizioni letterarie ancora poco note nel nostro Paese. 


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