Visite e altri incontri di apparente marginalità di Marco Zenone

Uno spin-off di Non ti voglio
Visite e altri incontri di apparente marginalità di Marco Zenone è l’ultimo libro dello scrittore novarese che dopo il successo di Non ti voglio torna in libreria con un nuovo e divertente romanzo.
Il libro, edito da Scatole Parlanti, dipinge con ironia le avventure del protagonista Sandro detto “Highlander”. Giovane e disoccupato, Sandro affronta una visita neurologica nello stesso ospedale in cui anni prima era stato ricoverato suo zio Dino. Inizia così un viaggio tra passato e presente il cui fil rouge è il disagio psicologico, raccontato dallo scrittore con beffardo umorismo.
Anche se Marco Zenone non affronta la tematica del diabete come nel romanzo precedente, l’attenzione alla condizione di marginalità è sempre al centro della sua ricerca espressiva.
Visite e altri incontri di apparente marginalità è ambientato nella città immaginaria di Borgoamaro situata nella Grande Pianura del Nord, che fa da sfondo alle avventure del giovane “Highlander”.
Il libro è un invito a riflettere e ad ascoltare, è un testo che fa luce su chi resta ai margini della società e che esplora le difficoltà nei rapporti interpersonali sempre, però, con grande profondità, nonostante il velo di ironia che pervade la storia di Sandro.
Come di consueto, ringrazio Marco per la bella intervista che ci ha dato la possibilità di fare anche un breve excursus di tutte le sue opere.
Visite e altri incontri di apparente marginalità di Marco Zenone
Salve Marco, lei è nuovo ai lettori di Sguardo Ad Est, ci racconta brevemente di cosa si occupa nella vita?
Lavoro nell’industria come impiegato ma ho sempre nutrito interesse per l’espressione artistica. Mi sono avvicinato al teatro con la Compagnia Teatrale di Ispra (Va), partecipando a commedie, a reading letterari e a un documentario sulla Grande Guerra. Anche grazie a quest’esperienza ho trovato quella che considero la mia “voce” più genuina, la scrittura. Nel 2020 ho pubblicato Non ti voglio, un romanzo di autofiction in cui affronto con ironia il tema della mia malattia, il diabete di tipo 1 col quale convivo dall’età di 4 anni. Il libro ha attirato l’interesse di molti lettori, medici e operatori culturali, regalandomi l’opportunità di presentarlo in numerose città italiane e in contesti importanti come il Salone del Libro di Torino. Lo scorso anno ho partecipato al concorso letterario “Storie da Museo” con il racconto La seduta spiritica ricevendo una menzione di merito. Il racconto è stato incluso nel volume Storie da Museo – Edizione 2024 (Effedì Edizioni).
Visite e altri incontri di apparente marginalità è il suo secondo romanzo. Rispetto a “Non ti voglio”, qual è la differenza? Anche qui affronta il tema del diabete di tipo 1?
Il nuovo libro è un’opera di fantasia e si presenta come una derivazione del mio primo romanzo, giacché ci riporta nello sgangherato universo umano che fa da sfondo a Non ti voglio approfondendo la figura di Sandro detto Highlander, il quale, da curiosa macchietta del tutto secondaria, in Visite diventa protagonista. Il romanzo inoltre intreccia tra loro le vicende di molti altri personaggi alternando vari registri stilistici, come articoli giornalistici farlocchi, inserimenti metanarrativi e flashback.
Visite è una creatura articolata e credo più evoluta rispetto a Non ti voglio, e ovviamente non tratta di diabete, tuttavia sempre centrale è il tema della diversità, coniugata nel disagio psicologico nel rapporto con gli altri e nel senso di inadeguatezza rispetto al proprio presente.
C’è stato un evento o una riflessione che l’ha spinta a scegliere la tematica del disagio mentale rispetto ad altre forme di marginalità sociale?
Il diabete tipo 1 mi ha portato a sperimentare molto presto un frustrante senso di impotenza causato dal vivere dentro una condizione complessa e talvolta incontrollabile, e come conseguenza anche il disagio di non sapere spiegare con la dovuta chiarezza alcune dinamiche derivate che mi hanno costretto a scelte socialmente conservative. Astraendoci dal diabete, ciò che oggi noto con sgomento è che quasi tutte le persone vivono in modalità automatica per assecondare quotidianità lavorative sempre più frenetiche e alienanti, in una perenne distorsione esistenziale in grado di mortificare le inclinazioni più genuine del proprio carattere, le quali se non vengono colte al momento opportuno, magari con comportamenti di lucida ribellione anticonformista che possono sfociare nell’arte, andranno perse per sempre.
L’ironia presente anche in questo libro evidenzia la sua naturale propensione per questo tipo di approccio che rende i suoi romanzi molto freschi e godibili, anche quando parla di tematiche serie. Perché secondo lei al pubblico piace questa scelta? Si è fatto un’idea?
Quella di buttarla, come si suol dire, in commedia anche quando scrivo per raccontare il dolore è una chiave espressiva che mi viene naturale, forse assorbita da quelli che sono i miei modelli letterari; non sarebbe nelle mie corde e altresì nelle mie capacità soffermarmi troppo sull’analisi introspettiva e sulla rappresentazione della sofferenza. Inoltre, mi sentirei patetico e ridicolo nell’assumere un tono eccessivamente accorato e lamentoso, che a dire il vero oggi sembra andare tanto di moda. I miei lettori della prima ora sanno molto bene che ho interiorizzato fin da quando ero bambino quel tipo di sofferenza silente legata alle malattie invisibili, e il non piangersi inutilmente addosso arrivando al contempo a strappare qualche risata credo sia l’aspetto che più è stato apprezzato.
Con il suo precedente romanzo ha collezionato ben 50 appuntamenti in tutta Italia, complimenti! Durante questi incontri, c’è stata una domanda dal pubblico che le è rimasta particolarmente impressa (anche in senso negativo)?
Grazie, Francesca, per i complimenti. Devo ammettere che sulle prime l’espormi al pubblico e parlare di un libro che racconta – anche se solo in parte – del sottoscritto è stato piuttosto traumatizzante, e l’emozione rendeva arduo rispondere anche alle più banali delle domande. A ogni modo quella che maggiormente mi è rimasta impressa a motivo del fatto che mi rende orgoglioso – dal punto di vista della condivisione ma evidentemente anche della comprensibilità espositiva –, più che una domanda vera e propria è stata una considerazione, ossia se sentissi in me la consapevolezza di avere dato voce e forma ai pensieri di tanti diabetici nelle mie stesse condizioni.
Un caro saluto a tutti i lettori di Sguardo Ad Est, che spero di ritrovare presto.












Mi chiamo Francesca Amore, classe 1971, nata a Napoli e residente a Roma da quasi vent’anni. Roma ormai mi ha completamente adottata, e ricambio questo affetto scoprendola in lungo e in largo, raccontando le sue storie dimenticate e le sue bellezze che lasciano senza fiato.
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[…] “Visite e altri incontri di apparente marginalità” di Marco Zenone Sguardo ad Est, 16 giugno 2025 […]
Giugno 19, 2025 - 12:37 pm