Ottobrate romane: quando Roma festeggiava l’autunno tra vino, carrettelle e saltarello

ottobrate romane

Le antiche ottobrate romane

Oggi basta una giornata tiepida e luminosa d’ottobre per sentir parlare di ottobrate romane. Per i romani del Settecento e dei primi del Novecento questa espressione raccontava, invece, qualcosa di decisamente più vivace: una vera festa collettiva, fatta di scampagnate, tavolate, vino, musica e balli.

Quando la vendemmia volgeva al termine, Roma sembrava concedersi un’ultima parentesi d’estate. Specialmente la domenica, frotte di romani lasciavano i rioni per raggiungere vigne, prati, osterie e campagne appena fuori dalle porte della città. Testaccio era una delle mete predilette, ma si partiva anche verso Ponte Milvio, Monteverde, Porta San Pancrazio, Porta San Giovanni e Porta Pia.

foto da pexels di nicolo monteroton

Lo scenario in cui si muovevano i nostri antenati era diverso rispetto all’attuale panorama, anche se parliamo della collina del Testaccio e altre zone a noi note. Oltre le porte, infatti, si aprivano rapidamente orti, vigne e campagne. Luoghi che oggi consideriamo pienamente urbani, un tempo erano mete perfette per una scampagnata!

Per un giorno si mangiava, si beveva e si ballava. E l’ottobrata diventava soprattutto un’occasione per stare insieme.

Roma in festa: carrettelle, “bellone” e vestiti della domenica

La giornata cominciava presto. Chi poteva permetterselo raggiungeva la meta in carrettella, caratteristica vettura trainata da due cavalli bardati a festa, con sonagli e campanelli.

Sulle carrettelle prendevano posto le donne della comitiva, le “minenti”, cioè le popolane agiate della piccola borghesia dei primi anni dell’Ottocento vestite con particolare cura e molto appariscenti. Cappelli ornati di fiori e piume, abiti vistosi, scialli e gioielli contribuivano a trasformare la partenza stessa in uno spettacolo.

Gli uomini accompagnavano spesso il carro a piedi, anch’essi con gli abiti migliori, tra musica, scherzi, canti e corteggiamenti.

Bartolomeo Pinelli, Salterello

Partecipare all’ottobrata, però, poteva costare parecchio. Vestiti, trasporto e pranzo richiedevano denaro e le cronache popolari raccontano persino di romani disposti a impegnare qualche bene al Monte di Pietà pur di non rinunciare alla festa. 

Aneddoti raccontano anche di una donna che aveva impegnato i sostegni del letto e messo il materasso a terra, pur di acquistare il necessario per andare a festeggiare, tanto il marito, tornando a casa la sera sempre ubriaco non se ne sarebbe mai accorto! (o’ levato li banchi e o’ messo er letto pe’ tera; tanto mi marito vie’ a casa imbriaco sempre e nu’ se n’accorge mica se sta pe’ tera!)

Testaccio e Villa Borghese: il cuore popolare delle ottobrate romane

Tra tutte le destinazioni, Testaccio occupava un posto speciale.

Il Monte Testaccio, nato in epoca romana dall’accumulo di frammenti di anfore, era diventato nel tempo un luogo strettamente legato alla conservazione del vino. Lungo le pendici erano state ricavate grotte che, grazie alla temperatura relativamente costante, funzionavano come cantine. Non stupisce quindi che proprio qui il vino diventasse protagonista delle ottobrate.

A Testaccio si arrivava a piedi o in carrozza, si mangiava, si beveva il vino conservato nelle grotte, si ballava il saltarello e si giocava alla morra, così ricorda lo studioso delle tradizioni popolari romane Giggi Zanazzo.

L’altro grande scenario delle ottobrate fu Villa Borghese.

ottobrate romane
Loggia dei vini, Villa Borghese, crediti fotografici Daniele Molajoli, courtesy Ghella

Dalla fine del Settecento i Borghese aprirono in alcune occasioni autunnali i cancelli della loro proprietà alla popolazione. Nell’Ottocento la villa diventò così teatro di giornate spettacolari, con musica, giochi, giostre, caroselli e intrattenimenti.

Piazza di Siena poteva ospitare bande e concerti, mentre anche il laghetto e il Tempio di Esculapio entravano nella scenografia della festa. Nel 1847 venne organizzato perfino un concorso agrario, con premi destinati ad animali e prodotti agricoli.

Villa Borghese rappresentava però un’ottobrata diversa da quella spontanea delle osterie e delle grotte di Testaccio: qui la festa popolare incontrava la magnificenza di una delle più importanti famiglie aristocratiche romane.

Dopo la metà dell’Ottocento questo carattere aperto e popolare cominciò progressivamente a perdersi. Nel 1902 la villa fu acquistata dallo Stato e successivamente ceduta al Comune di Roma.

Mangiare, bere e giocare durante le ottobrate

Un’ottobrata senza mangiare e bere in quantità smisurata? Impensabile!

Foto da pexels di zaur qebadze

Sulle tavole delle feste di ottobre comparivano piatti sostanziosi della tradizione romana, tra cui gnocchi, trippa, abbacchio, maccheroni e altre pietanze adatte a lunghe tavolate. Il vero protagonista restava, però, il vino, legato direttamente alla vendemmia e alla natura stessa della festa.

Ma la gioia della giornata non si limitava certo al cibo. Dopo il pranzo cominciavano i divertimenti e ci si sbizzarriva tra il gioco delle bocce e la ruzzola, si faceva l’altalena, si tentava la fortuna con l’albero della cuccagna e non mancava la morra. Chitarre, tamburelli e altri strumenti accompagnavano stornelli e canti popolari. E poi si ballava.

Il ballo simbolo delle feste era per eccellenza il saltarello: rapido, vivace e perfettamente adatto all’atmosfera rumorosa delle comitive romane.

Dalle ottobrate alla Roma del Novecento

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Roma cambiò rapidamente. La nuova Capitale d’Italia si espandeva, le campagne più vicine venivano urbanizzate e gli antichi spazi delle gite fuori porta cominciavano a essere inglobati nella città. Anche le ottobrate persero gradualmente la forma che avevano avuto per generazioni.

Rimase però il loro nome. E forse non è un caso. Ancora oggi, quando ottobre regala a Roma giornate luminose e insolitamente miti, diciamo che è arrivata l’“ottobrata romana”. Dietro quell’espressione meteorologica sopravvive il ricordo di una città che, terminata la vendemmia, saliva sulle carrettelle e usciva dalle porte per concedersi un giorno di libertà.

Una Roma di grotte piene di vino, cappelli infiorati, stornelli e saltarelli. Una festa semplice e rumorosa che per qualche ora riusciva persino ad avvicinare mondi lontani: popolo e aristocrazia, città e campagna, lavoro e divertimento.

Foto di copertina da pexels di enes haciabbasoglu

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