Via del Cavalletto: strumenti di tortura a Roma 

Via del Cavalletto

Dal Cinquecento all’Ottocento 

A Via del Cavalletto a Roma ci sarete passati decine di volte. Si tratta dell’attuale via del Babuino, una strada nel cuore della Città Eterna, particolarmente amata per lo shopping. 

In realtà, la via ebbe in passato diversi nomi, perlopiù affibbiategli nel Cinquecento, tra cui Via degli Orti Napoletani, Via Clementina, via Paolina e infine via del Babuino. 

Un tratto di Via del Babuino

Nel Cinquecento, nell’attuale via del Babuino, si stanziò una colonia di napoletani. Un tratto di strada prese per l’appunto il nome di Via degli Orti Napoletani, un altro, Via del Cavalletto. La toponomastica, inoltre, ci ricorda che Roma fino all’Ottocento era ricca di vegetazione: si era circondati da orti, boschetti e tanta campagna. 

Oggi vediamo la toponomastica rivisitata in  “vicolo degli Orto di Napoli”, una stradina adiacente a via Margutta che incrocia via del Babuino; di via del Cavalletto, invece, non c’è più traccia.  

Via del Cavalletto nei ricordi del Belli

Il nome della strada certamente vi trarrà in inganno. Sappiate, infatti, che non ha nulla a che vedere con l’arte che si respirava nell’adiacente via Margutta, tutt’altro! Il nome si richiamava, purtroppo, a un tipo di tortura pubblica, quella del “cavalletto”, che fino all’Ottocento si spettacolarizzava proprio in quella via. 

Che tipo di tortura era quella del cavalletto? Si trattava di una sedia su cui si faceva piegare la vittima. La schiena era rivolta verso il pubblico e le mani venivano bloccate in una sorta di ghigliottina che ne impediva il movimento. La punizione consisteva nell’infliggere una serie di frustate sulla schiena. 

Gioacchino Belli (1791-1863) nel sonetto Piazza Navona del 1833 così spiega la “tortura”:

[… ] Cqua ss’arza er cavalletto che ddispenza

Sur culo a cchi le vò ttrenta nerbate,
E ccinque poi pe la bbonifiscenza.[…]

Qua (Piazza Navona) si alza il cavalletto che dispensa

sul culo di chi le vuole trenta frustate,

e cinque poi per la Beneficenza. 

Probabilmente, però, la tortura non doveva essere tanto terribile, dal momento che, sempre il  Belli, in un altro sonetto, La corda ar Corzo (1831), specifica che, a parte un po’ di bruciore, ci si poteva poi mettere a letto senza problemi.

[… ] Ché ffòr de quer tantino de bbrusciore,
Un galantomo senza stacce a lletto,
Pò annà pp’er fatto suo com’un ziggnore 
[… ].

Strumenti di tortura: la cavallina spagnola

In realtà con lo stesso nome veniva indicata anche un’altra tortura di derivazione spagnola, la cosiddetta “cavallina spagnola”, che consisteva in un pezzo di legno tagliato a forma di triangolo con gli spigoli ben appuntiti, adagiato su un cavalletto. Sul tronchetto si poneva la vittima a gambe aperte in modo da conficcare i genitali sul lato appuntito. Per aumentare il dolore, inoltre, si aggiungevano pesi alle caviglie che tiravano il malcapitato verso il basso con forza…

Gioacchino Belli, foto di dominio pubblico

Pensate che la tortura del cavalletto veniva inflitta anche per colpe che a noi oggi sembrano assurde, tra cui, ad esempio, l’aver disturbato a teatro l’esecuzione di un’opera!

Non vi voglio rovinare lo shopping, ma tra un acquisto godereccio e un altro a Via del Babuino, ricordatevi di coloro che a Via del Cavalletto ne pativano il supplizio! 

Foto di copertina: Le strade di Roma, Newton Compton Editori, 1987

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