Per ogni parola perduta di Benedetta Cibrario 

Per ogni parola perduta di Benedetta Cibrario

La storia magnifica della prima mongolfiera, tanta Russia, tessuti da recuperare e l’odore unico dei libri antichi. Questo e molto altro nel romanzo “Per ogni parola perduta” di Benedetta Cibrario

La Russia tra passato e presente

Per ogni parola perduta di Benedetta Cibrario edito da Mondadori è uno splendido romanzo nel quale si intrecciano passato e presente, e si attraversano i mari. Da Oxford si arriva in Russia, ma di Russia è intriso tutto il romanzo. Anche l’aria che respira Sofia, la protagonista, sa di Russia. Sofia è moglie del defunto Nicola Obreskov, storico accademico, a cui la morte ha impedito di concludere uno studio sui russi immigrati in Italia fra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento. La protagonista è distrutta, ma un amico ha l’antidoto per farla rinascere: farà leva sulle sue passioni. 

Sofia è una restauratrice tessile e l’amico Edmund le propone un lavoro accattivante: restaurare una mongolfiera del 1784. Lei accetta ma non si limita al lavoro certosino che tanto ama. Sente che quel tessuto ha qualcosa di magico, qualcosa da comunicarle, una storia da riscoprire, e non si sbaglia. Comincia a fare delle ricerche e si imbatte nella vita di un un personaggio unico, Xavier de Maistre.

Il romanzo è un continuo intrecciarsi di destini, vicende e storie dimenticate, dolorose, e di strappi bisognosi di essere ricuciti.

Ma la Russia non è solo quella di Sofia, è anche quella dell’autrice, che ne è rimasta folgorata dopo un viaggio nel 2019.  Da quel momento ha fatto breccia nel suo animo il desiderio di scoprire di più e si è messa all’opera, come ci racconterà nell’intervista. 

La Russia è un filo rosso che nel libro Per ogni parola perduta di Benedetta Cibrario lega passato e presente, che trasporta il lettore nella Russia misteriosa di Nicola II per ricatapultarlo poi nel presente, tra i libri antichi della giovane Pauline.

 Ho avuto il piacere di intervistare Benedetta Cibrario, che ringrazio per la disponibilità, e alla quale ho fatto una serie di domande legate al suo libro ma anche alla Russia e alle ricerche che ha fatto sulla bellissima storia della prima mongolfiera. 

Per ogni parola perduta di Benedetta Cibrario

Partiamo dalla copertina del libro che raffigura uno squarcio. Ci racconta cos’è che, all’interno della storia, deve essere ricucito?

Tutti i personaggi del libro hanno conosciuto il dolore: nessuno di loro è integro, del resto basta vivere per rischiare di ammaccarsi, in tanti modi. Ma gli strappi che non si possono evitare, si possono gestire: occorre mettersi al lavoro per ricucire. A volte funziona, a volte no; tuttavia, se non si può evitare di finire ammaccati, si può scegliere cosa fare delle nostre esistenze una volta che una lacerazione è avvenuta. Io credo nel restauro: che non cancella la ferita ma la ripara. E quella cicatrice residua ha un valore importantissimo, racconta chi siamo, cosa abbiamo attraversato. Non sempre siamo capaci di restaurarci da soli; ma viviamo nel mondo, abbiamo a che fare con altre persone, e talvolta sono proprio gli altri a trovare il modo di aiutarci.

Perché ha scelto di raccontare nel suo libro le vicende di Xavier de Maistre? C’è stato un evento, una notizia che le ha fatto scattare la scintilla? 

Nel romanzo parlo di personaggi attuali, Sofia, restauratrice tessile, Pauline, libraia antiquaria, Edmund, bizzarro collezionista. Ognuno di loro ha un dolore nascosto da qualche parte. Xavier de Maistre è un tassello della storia: Edmund ha comprato all’asta una mongolfiera antica su cui un giovanissimo Xavier de Maistre vola nel maggio 1784. Sofia, dopo averla restaurata, accetta di studiarla per capire dove e perché ha volato. E così incontra uno scrittore vissuto due secoli prima, Xavier, autore del Viaggio attorno alla mia camera, libro che ebbe un immenso successo e fu pubblicato quasi ovunque, in svariate lingue. E tuttavia Xavier de Maistre ha finito con essere dimenticato. Sofia (e io con lei) si chiede chi è davvero questo soldato di professione, appassionato lettore di Lawrence Sterne, chimico dilettante, che per guadagnare qualche soldo in più, data la misera paga da soldato, si improvvisa ritrattista.

L‘unico ritratto di Alekandr Puškin da bambino, lo dobbiamo proprio a Xavier, che frequentava la casa dei genitori di Puškin a Mosca. Mi sono resa conto, dopo aver studiato un po’ la vita di Xavier, che aveva avuto un’esistenza da personaggio di romanzo. Continui rovesci di fortuna, disavventure e sventure, e lui sempre in piedi, ironico, scanzonato, coraggioso. Sempre convinto di non saper scrivere, di non saper dipingere, a volte opportunista, a volte generosissimo. Era un uomo curioso, che scrisse di sé stesso: sono equipaggiato di un po’ di salute, di buone gambe, di uno smisurato coraggio. Armato così, posso andare in capo al mondo. 

Nel libro lei parla tanto di russi e Russia; quali sono gli aspetti che tocca maggiormente nel suo romanzo?

La Russia è un filo che cuce tra loro diverse parti del romanzo: il marito di Sofia è Nicola Obreskov, un giovane italiano, professore a Oxford, che si occupa di diaspora russa, anche perché la diaspora è la sua storia personale: i suoi bisnonni arrivarono a Firenze tra le migliaia di russi emigrati, per ragioni economiche e politiche. 

La Russia è anche il paese in cui arriva – per caso – lo scrittore savoiardo Xavier de Maistre, partito a piedi da Torino nel 1799 e arrivato a San Pietroburgo nel gennaio del 1800. Un’emigrazione simmetrica, ma inversa. Se parlo tanto di Russia è perché la Russia è un Paese che nella sua storia recente e recentissima, ha la caratteristica di generare impatti molto forti anche nei paesi circostanti. E parlo tanto di questioni politiche quanto culturali: nel 2019 sono andata in Russia, insieme a un gruppo di scrittori italiani, invitati da un’associazione italo-russa e ho potuto sperimentare quanto, anche in zone culturalmente lontane da me (Krasnodar e Sochi), sentissi attrazione e desiderio di saperne di più. Si scrive per questo, per saperne di più. 

Ho ascoltato una sua intervista e mi ha colpita molto una cosa che ha detto in merito all’unica mongolfiera sopravvissuta. Dove si trova? Nel romanzo ne parla?

Ne parlo nel romanzo, è una storia bellissima. Un ardente sostenitore di Napoleone, Jacques André Garnerin, voleva offrire alla città di Parigi uno spettacolo indimenticabile per l’incoronazione di Napoleone e costruì un pallone favoloso, immenso, ricchissimo e adornato di migliaia di fiaccole. Ma il giorno previsto per il volo, alla presenza di tutta Parigi e della corte, vi fu un tremendo temporale che trascinò via la mongolfiera. Fu considerato un presagio terribile. Il giorno dopo, a Roma, un gruppo di ragazzini vide precipitare dal cielo un oggetto immenso – nessuno di loro sapeva cosa fosse una mongolfiera – che si abbatté su quella che all’epoca era creduta la tomba di Nerone.

Dalla mongolfiera si staccò una pesante aquila dorata, simbolo napoleonico, e il pallone riprese il volo, ma solo per precipitare nuovamente, poche ore dopo, nel lago di Bracciano. Il relitto fu tratto a riva da alcuni pescatori che lo consegnarono al parroco che lo diede al vescovo e dal vescovo fu consegnato ai magazzini del Vaticano. Se ne perse memoria fino agli anni Settanta. Una volta ritrovato si decise di donarlo – quello che ne restava – al museo dell’aeronautica di Viterbo, dove è tuttora visibile.

L’ultimo libro prima del Il rumore del mondo (2018) è stato Lo Scurnuso (2011). Come mai non ha pubblicato per tanti anni? Blocco dello scrittore?

Lo Scurnuso è un romanzo breve, a cui sono molto affezionata anche perché, per scriverlo, avevo dovuto fare un po’ di ricerche sulla Napoli settecentesca che mi avevano appassionato. In molti dei miei romanzi si sente una forte attrazione per la Storia anche se non si tratta, in senso stretto, di romanzi storici veri e propri ma piuttosto di variazioni sul tema individuo/storia. Nel caso de Il rumore del mondo volevo scrivere degli anni precedenti al 1848, ma la mia ignoranza di quel periodo storico di cui avevo solo ricordi scolastici, mi frenava. Ho dovuto studiare molto, cosa che ha portato via molto tempo. Io sono una scrittrice lenta per natura, per scrivere una pagina posso metterci anche diversi giorni.

Mi sono ritirata a studiare e a riflettere su come affrontare il lavoro. Sono rimasta ferma ma credo che fosse necessario riempire i serbatoi interiori a cui lo scrittore attinge in seguito. Io non comincio mai a scrivere se non sento di essere pronta. Sono cauta, pignola. Ossessiva. I blocchi da scrittore capitano anche a me ma li aggiro sempre nello stesso modo: mettendomi a studiare e a leggere. A camminare.  A cucinare. Vado nei musei, vado al cinema, a teatro. Parlo con le persone. Osservo. Ascolto. Metto in ordine nei cassetti. Tutto questo, anche se appare lontano dalla scrittura, in realtà non lo è affatto. Quando si scrive, in un certo senso, si fa ordine. E si scrive, paradossalmente, anche facendo altre cose

 Benedetta Cibrario è nata a Firenze nel 1962, da padre torinese e madre napoletana. Vive a Londra. Nel 2007 esordisce con il romanzo Rossovermiglio (Feltrinelli, premio Campiello 2008), tradotto e pubblicato in diversi paesi, tra cui Germania, Olanda, Portogallo, Grecia. Nel 2009 esce Sotto cieli noncuranti (Feltrinelli, premio Rapallo Carige 2010) e, successivamente, Lo Scurnuso (Feltrinelli, 2011). Per Mondadori ha pubblicato nel 2018 Il rumore del mondo (finalista al Premio Strega 2019). 

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