La scrittura trova un fine nel lettore?

La scrittura trova un fine nel lettore?

Quando scriviamo per chi lo facciamo? Per noi? Per il pubblico? Ne parliamo nel podcast #Sviscerandoconlautore: La scrittura trova un fine nel lettore?

La scrittura è una forma di comunicazione

La scrittura trova un fine nel lettore? Io dico di sì, ma non tutti la pensano come me. L’ argomento è molto interessante, perché, come dicevo, ci sono  diverse posizioni sul tema in questione.

Il titolo del podcast vuole aprire una riflessione sull’obiettivo della scrittura, se di obiettivo si può parlare (e secondo me anche su questo molti non saranno concordi ma ci arriveremo). Quando parlo di obiettivo intendo: quando scriviamo per chi scriviamo? per il lettore? per noi? scriviamo per svelare a noi stessi delle verità che poi vogliamo condividere con il lettore? Scriviamo per diventare famosi? per curarci, per liberarci, per sfogarci, restando nel nostro mondo? Scriviamo per piacere al pubblico?

Il mio spazio di Sviscerando con l’autore è stato concepito da sempre con uno spazio di stimolo e di riflessione per tutti noi e mi auguro di cuore di riuscire nel mio obiettivo e di esservi utile. 

Per questo motivo raccolgo sempre opinioni diverse di autori e scrittori, opinioni quasi sempre discordanti,  proprio per darvi e darci la possibilità di farvi una vostra idea. Lo dico perché  continuando a recensire e intervistare scrittori, non solo emergenti, mi sono resa conto che alcuni raccontano delle storie che in realtà sono fortemente autobiografiche (e si percepisce) e non so se sia un bene o un male; secondo me a volte sì e a volte no (ma ci arriveremo) e quando è “no” è evidente che c’è qualcosa che non ha funzionato.

Oggi vi parlo di questo argomento perché ho letto un libro molto particolare di Daniela Stallo, Winday edito daArmando Editore. L’autrice, fondamentalmente,  parla di se stessa e del suo rapporto tormentato con la Taranto, intossicata dell’Ilva, ma lo fa in una maniera molto originale perché usa un linguaggio, che io definisco sincopato e che mi ricorda molto per certi aspetti Virginia Woolf, ma anche molto spontaneo e nello stesso ragionato. Nella sua scrittura, che è un grido di dolore, in realtà si ritroveranno tantissime persone, non solo tarantini, che, come lei vivono un rapporto di amore e odio con la propria città, una città che nel libro emerge bella e tetra allo stesso tempo, specialmente per le sostanze tossiche che hanno rovinato la vita di intere famiglie. Ovviamente nel libro c’è molto di più, però questo aspetto mi serve per introdurre il punto di vista di uno dei primi scrittori che ho scelto oggi per parlare dell’argomento del podcast: La scrittura trova un fine nel lettore?

Farò quindi diverse domande a Daniela Stallo, non solo su alcuni aspetti della scrittura in generale, ma, ovviamente, anche sul suo libro, e cercheremo di fare tesoro delle sue opinioni in merito.

Passo a raccontarvi la posizione di Roberto Cotroneo, editore e scrittore che ho tirato in ballo già in altre puntate di “Sviscerando con l’autore”. Nel suo Manuale di scrittura creativa per principianti proprio le prime pagine sono dedicate al perché si scrive. La prima affermazione che appare nel capitolo è scritta in grassetto in modo da essere ben chiara a tutti lettori. 

[…] Il principio basilare di qualsiasi scrittura: si scrive per gli altri, mai solo per se stessi. E soprattutto, si scrive per essere letti. […]

[…] La scrittura è una forma di comunicazione, non è una forma di solitudine: si scrive per raccontare qualcosa a qualcuno. […]

[…] Spesso scrivere è un modo per riflettere sulla propria vita, o anche un modo per rendere più sopportabile il dolore. Altre volte è proprio il gusto, il piacere di raccontare qualcosa. Raccontare qualcosa di tuo. Questo secondo aspetto è quello che porta più lontano, perché è un salto di qualità. Scrivere soltanto per rielaborare gli eventi che si sono vissuti è rischioso, porta inevitabilmente a un autobiografismo che spesso non serve a nessuno, né a chi scrive e tantomeno a chi legge. Ma trasformare le storie personali in qualcosa di universale, rielaborandole, è certamente la soluzione più giusta. […]

 Mi piace molto quest’ultima affermazione di Cotroneo che, condivido appieno, e a questo punto chiamo immediatamente in causa Daniela Stallo proprio perché Daniela, secondo me, ha puntato e ha rischiato, perché Daniela ha puntato sull’’autobiografia e ha raccontato qualcosa di suo che, come dice Cotroneo, è riuscita, però, a trasformare in qualcosa di universale.

Sentiamo cosa ci dice Daniela Stallo e quindi le chiedo:

Cos’è per lei la scrittura? Un modo per entrare in contatto con l’altro oppure un dialogo con se stessi?

Mi piace dire che è stata una genesi plurima. Se penso all’idea del romanzo, potrei dire che è venuto dal “ti immagini se…”. Ti immagini se, quello a cui siamo abituati, per decenni, da secoli, a un certo punto non accadesse, senza spiegazione. Ti immagini se, a un certo punto l’Ilva, per incanto, si spegnesse? Ti immagini se la processione del giovedì Santo a Taranto, tanto amata, non uscisse? Poi il “ti immagini se…” è rimasto lì. Avevo già trovato dei manoscritti in una casa dove avevo fatto un’inventario per lavoro (manoscritti veri, non è un espediente narrativo). Poi, un amico, uno studioso di storia locale, mi parlò degli anno ’70, dell’Italsider di Taranto e di alcuni attentati pressoché sconosciuti. Ho fatto delle ricerche, dei giornali dell’epoca, qualche pubblicazione. E gli anni ’70 nel libro sono quelli; i fatti, è vero, li ho modificati, scompigliati, ma sono rimasti una buona traccia. Poi le cose si sono incastrate in un’idea unica, perciò parlo di genesi plurima: più idee che convergono e trovano un incastro grazie alla scrittura.

Ora che cosa sia questa scrittura, io non lo so dire, in realtà. Non lo so affermare, se non che sia stata, ed è tuttora, la mia salvezza, un’impellenza e una maledizione. Per me di più è difficile da dire, perché ho il terrore ( e anche un po’ il pudore) per ogni incasallamaneto, per ogni schema. Scrivo e la cosa mi riesce naturale. Scrivo una storia, ho delle cose da raccontare agli altri ed è inevitabile che, essendo l’operazione solitaria, pur se non del tutto intima, coinvolga l’Io, quello che siamo, l’esperienza di sé e comunque sia, è un dialogo con gli altri. 

La scrittura trova un fine nel lettore? L’opinione di Anne Lamott

Anne Lamott (foto di dominio pubblico)

Avete ascoltato Daniela Stallo, voi cosa ne pensate siete d’accordo? Rifletteteci su e intanto passo ad un punto di vista diametralmente opposto, quella della scrittrice Anne Lamott di cui vi ho parlato in altre occasioni. La Lamott, saggista e insegnante di scrittura creativa, è una scrittrice “dell’anima” come la definisco io, la sua è una scrittura che parte dalla memoria, parte dal sé per arrivare agli altri attraverso la condivisione delle proprie esperienze. Credo che in Italia non sia stato tradotto nulla di suo se non Scrivere di cui ho fatto la recensione. La Lamott nel corso della sua vita è stata ostaggio di diverse dipendenze tra cui droga e alcol e molte delle sue storie partono da esperienze personali per raccontare la fragilità umana e la ricerca della salvezza. 

Riporto un fatto che Anne Lamott cita nel suo libro Scrivere a proposito del suo racconto Arnold che aveva inviato al direttore di un’importante rivista. 

[…] Lui me lo rispedì con una nota che diceva: “lei fa l’errore di pensare che qualunque cosa le succeda sia interessante”. Ora, inutile dirvi quanto ne fui mortificata. Quella nota tuttavia finì per aiutarmi, perché non mi impedì di continuare. Eppure, fu con una certa agitazione che mi misi a scrivere la storia della malattia di mio padre, proprio a causa dell’errore che aveva rilevato il direttore della rivista. Un errore che avevo commesso a tutti gli effetti e che mi sforzai di non ripetere. Così iniziai elencando tutto ciò che è accaduto a me e alla mia famiglia, per poi eliminare le parti che mi sembravano più autoassolutorie. Non cercavo di raggiungere la notorietà in autostop: volevo solo dedicare a mio padre un libro che potesse aiutare qualcun altro in una situazione analoga. A qualcuno questo libro sarà parso troppo personale, troppo votato alla confessione. Ma ciò che pensano di me queste persone non mi riguarda neanche un po’. Sono riuscita a scrivere di mio padre, della mia migliore amica e, prima di morire, sono entrambi riusciti a leggere il libro che li riguardava. Ci pensate? Ho scritto per un pubblico di due lettori, due persone che ho amato e rispettato e che, a loro volta, mi hanno amato e rispettato. Perciò ho scritto per loro nel modo più profondo e accurato di cui fossi capace, vale a dire come vorrei poter scrivere sempre.

Su questo racconto della Lamott chiedo il parere di Danela Stallo, per sapere come si è approcciata alla storia narrata nel suo romanzo Winday. 

Cosa ne pensa delle considerazioni della scrittrice americana e come ha gestito la scrittura autobiografica all’interno del suo romanzo per renderla interessante al lettore comune?

Qualunque testo di narrativa non può non avere momenti autobiografici, credo che sia inevitabile. Qualunque libro come questo, se non altro per le sensazioni legate alla città, ai ricordi, alle fotografie. L’Ilva ad esempio…da bambina era l’ultima cosa che vedevo uscendo da Taranto nei viaggi in 500 con mio padre, e anche la prima che incontravo tornando e così negli autobus ai tempi dell’università. Ti entra negli occhi, la registri, diventa panorama, paesaggio.

Quando scrivo, però, l’autobiografico vorrei che diventasse, non dico universale (sarebbe presuntuoso) ma comune, vorrei dire le cose che direbbero gli altri, fare i pensieri del lettore, provare a raccontare quei pensieri.

Mi chiedono spesso se Lucrezia abbia qualcosa di autobiografico. No, di autobiografico no, ma di biografico sì, di una persona conosciuta, anzi di più persone che ho incontrato e di cui mi ricordo e che prestano i capelli, il mestiere, le manie a Lucrezia. 

Lo scrittore è un ladro e io rubo in continuazione. E’ una maledizione, lo dicevo prima. Spesso mi sembra che le cose quando le vivo non abbiano senso se non per essere scritte, se non diventano parola. La scrittura quindi è autobiogtafica per questa ragione, va a pescare ovunque. E’ il nostro mare, quello più vicino, è il più fruttuoso e anche quello a portata di mano. 

D.J. Salinger e Stephen King: scelte di “vita”

Un approccio completamente diverso, invece, è quello di Stephen King, il maestro del brivido che affronta la questione da un’ altra angolazione. Lo scrittore americano, infatti, sostiene che incontrare il gusto del pubblico non deve essere considerata come una cosa sbagliata, non è un errore. Stephen King, parte dallo step della revisione di un manoscritto per spiegare che lo scrittore non deve irrigidirsi sulle proprie posizioni:

[…] parecchi autori rifuggono da idee del genere, certi che revisionare un’opera secondo i gusti del pubblico sia simile alla prostituzione. Se pure voi la pensate così, non vi costringerò a cambiare opinione. Risparmierete addirittura sulla copisteria, perché non dovrete mostrare a nessuno il frutto del vostro sudore. In effetti se ne siete davvero convinti, perché prendersi la briga di pubblicarlo? accontentatevi di finire i vostri capolavori per poi chiuderli in una cassetta di sicurezza, come pare abbia fatto D.J. Salinger negli ultimi anni di carriera. (da On Writing, autobiografia di un mestiere)

E io aggiungo, proprio per riallacciarmi al titolo del podcast, La scrittura trova un fine nel lettore?, che al The New York Times nel 1974, lo scrittore Salinger, che, ricordiamo è divenuto celebre per aver scritto Il giovane Holden, spiegò: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.”

Chiudiamo la puntata di oggi con una riflessione di Daniela Stallo sul punto di vista di Stephen King e le chiediamo di raccontarci di che parla il suo romanzo

Parto dal titolo del romanzo che è una contrazione tra wind e day. L’espressione più corretta sarebbe due parole separate e, infatti, così è utilizzata nella narrazione. Nel racconto questa contrazione scompare e ritorna nei ranghi. Cercavo una formula d’impatto e per un attimo avevo pensato anche di scriverlo in dialetto. Il libro poteva anche intitolarsi “considera il vento” e per un attimo è stato valutato in redazione, perché il vento nella trama è una variabile importante, una circostanza che cambia gli eventi. Se vogliamo trovare un genere, è un noir ambientato a Taranto in una notte particolare, un giovedì Santo, una notte molto amata dai tarantini e una notte di processione, anche quella molto amata. 

Faccio un elenco delle cose che si possono trovare nel romanzo. Mi piace molto fare questa lista, dare un po’ il senso dei livelli di narrazione. Lucrezia è una fotografa per passione, ma in effetti fotografa poco. E’ una commessa in una cartoleria, vive sola in una casa della città vecchia, è una donna ruvida, un po’ asociale, parla con il commissario Maigret, un compagno immaginario che beve birra con lei, la accompagna in giro per la città, scompare, riappare, e alla fine è fondamentale per risolvere il caso. Ci sono degli amori irrisolti.

Lucrezia guarda, guarda molto, di tutto si compiace, guarda il mare, la bellezza, le ciminiere dall’altana di casa e poi aspetta. C’è una storia recente di Taranto, ma c’è anche un salto negli anni’70, sia della città che dell’Italia. C’è appena appena un po’ di poesia e molta ironia, io adoro l’ironia, anche nelle situazioni più difficili. Ecco, ripensando alla domanda di prima, questo è molto autobiografico.

Il romanzo una volta scritto, l’ho un po’ impastato, rifinito. Sono d’accordo che le storie abbiano bisogno di essere lette, e per vivere, certe volte, devono cedere a qualche ritocchino…

Prima di chiudere conosciamo meglio Daniela Stallo e poi facciamo il punto sul podcast di oggi

Chi è Daniela Stallo

Se vi abbiamo incuriosito e volete saperne ancora di più, potete leggere l’intervista che ho fatto all’autrice qualche tempo fa su Cinquecolonne Magazine in cui la scrittrice approfondisce ulteriormente alcuni aspetti del suo romanzo.

Daniela Stallo è nata a Taranto nel 1966. Giornalista pubblicista, ha collaborato a quotidiani locali, occupandosi di questioni politico amministrative e di cultura. Vive a Pisa, dove insegna nelle scuole secondarie superiori. Ha pubblicato La città sul mare (2011), Bruciati vivi (2021).

Con il podcast di oggi, che ricordo, si intitola “La scrittura trova un fine nel lettore?” Ho voluto portare alla vostra attenzione alcuni aspetti su cui riflettere e cioè sui rischi della scrittura autobiografica ma anche sulle sue potenzialità e sul fatto che non è detto che solo la scrittura autobiografica sia vera, ritoccare il proprio racconto per incontrare il gusto del pubblico non significa snaturarsi, ma andare incontro all’altro. 

Rifletteteci e lasciate, se vi fa piacere, il vostro punto di vista nei commenti 

Approfondimenti e consigli di lettura

  • DANIELA STALLO, Winday, Armando Editore, 2022
  • intervista a Daniela Stallo su Cinque Colonne Magazine
  • STEPHEN KING, On writing, autobiografia di un mestiere, PickWick, 2017
  • La mia recensione di STEPHEN KING, On writing, autobiografia di un mestiere
  • ROBERTO COTRONEO,Manuale di scrittura creativa per principianti (pdf scaricabile on line)
  • ANNE LAMOTT, Scrivere, ed DEA, 2011
  • La mia recensione di Scrivere di Anne Lamott
  • D.J SALINGER, Il giovane Holden, Einaudi, 2014

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