Dostoevskij, il delitto di esistere

Un libricino. 157 pagine da leggere sotto l’ombrellone tra un sonnellino e un tuffo in acqua. Niente di impegnativo anche se il titolo lascia pensare tutt’altro (sinceramente l’avrei cambiato, perché fuorviante). Il libricino fa parte della collana “i grandi processi della storia” del Corriere della Sera, e quando l’ho visto in bella mostra in edicola, ovviamente, non ho saputo resistere. Non so quanti di voi l’abbiano letto, comunque vi racconto le mie impressioni.

Tutto dovrebbe ruotare attorno al processo di Dostoevskij, ma di fatto, si parla molto della vita dell’autore e del contesto storico (sicuramente interessantissimi entrambi, ho appreso tantissimi aneddoti curiosi). Del processo vero e proprio si parla poco e solo alla fine del libro. Gli autori, Barbara Biscotti (storica dell’antichità), Luigi Garofalo (professore di diritto romano) e Guido Mangialavori dottorando presso l’Università di Reims Champagne-Ardenne, si sono focalizzati sugli eventi che hanno coinvolto Dostoevskij tra 1847 e il 1850. Due date fatidiche. Nel 1847 lo scrittore conosce Petrašcevskij e comincia a frequentare il suo circolo, che gli costerà l’accusa di complotto ai danni dello Stato; nel 1849 viene condannato a morte, pena commutata poi in lavori forzati in Siberia (parte nel 1850).

F. Dostoevskij (foto di dominio pubblico)

Il testo è fluido e ricco, almeno per me, di aneddoti e storie che non conoscevo. Luigi Garofalo apre la sua introduzione con un riferimento a Nabokov, che non hai mai fatto mistero della poca ammirazione per la scrittura di Dostoevskij. Ma il riferimento del professore Garofalo non è casuale. Leggiamo infatti che il capo del “rivellino Alekseevskij”, la terribile prigione di San Pietroburgo dove fu rinchiuso Dostoevskij, era proprio il trisavolo di Nabokov. Quest’ultimo, nonostante fosse a capo della commissione che interrogò lo scrittore russo, fu l’unico a dimostrarsi particolarmente benevolo e umano nei suoi confronti durante la prigionia.

L’accusa e la condanna

Il testo ci ricorda che Dostoevskij fu accusato di nutrire e alimentare idee socialiste all’interno del paese e di aver allestito una litografia clandestina che pubblicava e diffondeva testi contro lo Stato. La condanna emessa fu la pena di morte per fucilazione. Dostoevskij e gli altri condannati, però, non furono mai fucilati grazie a quel “burlone”dello zar Nicola I (non mi vengono altri aggettivi in mente per fare dell’ironia sul comportamento dello zar!).  Nicola I infatti, decise di commutare la pena in condanna ai lavori forzati in Siberia, ma pretese che l’annuncio della grazia ai prigionieri fosse comunicato solo nel momento in cui ai fucilieri veniva dato l’ordine “mirate!”, cioè qualche secondo prima del fuoco…

Questa esperienza disumana segnerà profondamente lo scrittore che presterà sempre particolare attenzione al sistema sanzionatorio e ai colpevoli. Per Dostoevskij infatti, i condannati sono spesso costretti a delinquere a causa dell’ambiente in cui vivono e del sistema sociale contorto, che spezza gli individui e ne altera la psicologia.

bastione Trubetskoj_una cella della prigione (museo) – foto di dominio pubblico

Molto interessante è la storia dell’amicizia, e poi della rottura, con
Petrašcevskij , dell’esperienza al circolo clandestino dei “venerdì di
Petrašcevskij ”, dell’avvicinamento di Dostoevskij alle idee di Fourier e del socialismo utopistico, dell’amicizia di Dostoevskij con Belinskij, della follia burocratica e della corruzione sotto Nicola I. Ho trovato particolarmente toccante il periodo della vita di Dostoevskij legato alla pubblicazione di Povera gente.Gli autori raccontano episodi allucinanti. Il bullismo non è un dramma dei nostri giorni, è sempre esistito, solo che oggi l’umiliazione inflitta raggiunge un pubblico più vasto e più velocemente. Le umiliazioni che subì Dostoevskij a poco più di vent’anni restarono relegate ai circoli intellettuali, è vero, ma poco importa, quello era il suo mondo. Povera gente non piacque. Gli intellettuali dei circoli che frequentava Dostoevskij non lo presero sul serio, lo consideravano un imbranato e un poco di buono che non sapeva scrivere e non avrebbe avuto futuro, ridevano alle sue spalle, lo umiliavano, gli manifestavano apertamente ostilità e diventarono protagonisti di episodi di vera e propria crudeltà e cattiveria. 

Nel libro si toccano tanti altri argomenti interessanti che non riesco ad affrontare in un singolo post. Se riuscite a recuperare questo libricino, leggetelo, e poi mi fate sapere cosa ne pensate!

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